The Whale, la fotografia di Matthew Libatique

ARTICOLO DI Gianni Canova

Così Charlie resta lì, sempre acquattato nella semioscurità. Nell’assenza di luce e di colori. Nell’ingordigia sempre più disgustosa. Sino al finale, così simbolico, così irrealista

Non è una casa, quella in cui vive Charlie. È una caverna, una tana, un covo. Poca luce, aria pesante, odore di secrezioni corporali. Obeso in modo inverosimile, quasi incapace di muoversi e di spostare i suoi 300 Kg nello spazio angusto del suo bilocale, Charlie vive sprofondato in poltrona, si muove a fatica su una sedia a rotelle e comunica con il mondo esterno solo con il computer. È un insegnante di letteratura inglese, ai suoi allievi fa lezione a distanza su Zoom, ma lascia la sua videocamera spenta: sul monitor vediamo le facce dei ragazzi, ma non la sua. Al suo posto c’è un rettangolo vuoto. Un buco nero. Un mistero. Charlie non si fa vedere. Charlie non vuole vedersi. Oscura l’immagine per oscurare se stesso. Charlie vive nel buio. Ha il buio dentro, attorno, sempre. Lo vediamo nella prima sequenza mentre ansima e suda nell’atto di masturbarsi davanti a un video porno: 300 kg di carne flaccida che tremola per i movimenti convulsi del gesto onanistico. Ma poi lo sentiamo anche leggere più volte un passo del Moby Dick di Melville. O lo osserviamo mentre afferra dal cassetto merendine ipercaloriche e le divora con insaziabile avidità. La carta stagnola argentata del packaging delle merendine è una delle poche superfici luccicanti dentro la tana, assieme al monitor del pc e al display dello smartphone. Per il resto, solo due lampade con paralume cilindrico, due appliques alle pareti e un neon sotto i pensili della cucina.
Il direttore della fotografia Matthew Libatique (collaboratore abituale del regista Darren Aronofsky, ma dop anche per Spike Lee e per Bradley Cooper in A Star Is Born) usa una Sony CineAlta Venice per riprendere con pochissima luce, evitando di illuminare il set e ottenendo un’immagine digitale monocroma, volutamente piatta e slavata. Ci si poteva aspettare un’illuminazione fortemente contrastata, quasi espressionista, dentro la tana di Charlie. Invece no. È come se quel corpo disgustoso (per ammissione dello stesso Charlie) e debordante di grasso galleggiasse nello spazio, quasi prigioniero dentro la gabbia dell’inquadratura quadrata, in formato 4:3. Luce oleosa, luce sudaticcia, luce opaca. Senza ombre, senza colori. Penombra perenne. Grigiastra. Livida. Deprimente. È un mondo chiuso, quello in cui Charlie si è rintanato, con due sole aperture verso l’esterno: la finestra sul cui davanzale Charlie lascia cibo per gli uccelli e la porta da cui entrano – sempre avvolti da una luce pallida e malata – le poche persone che fanno visita al protagonista nella sua ultima settimana di vita: la figlia Ellie e l’ex-moglie Mary (lui le ha abbandonate entrambe otto anni prima dopo essersi innamorato di un suo allievo che prima l’ha amato e poi si è suicidato), la sorella del ragazzo morto che ora fa da infermiera a Charlie e un giovane missionario invasato che cerca invano di convertirlo. Uno dopo l’altro entrano nella “caverna” del “mostro”, portano parole, sguardi, ricordi. Ma Charlie dalla sua tana non esce mai se non in un ricorrente inserto mnemonico e al tempo stesso onirico in cui si rivede e si lascia vedere in campo lungo su una spiaggia sulla riva dell’oceano insieme alla figlia bambina, in uno dei rari momenti felici della sua vita.

Charlie è ossessionato dal romanzo di Melville Moby Dick. Ne legge e rilegge brani e passaggi. Si identifica. È al tempo stesso il capitano Achab e la balena bianca. È il cacciatore e il cacciato. Dà la caccia a se stesso. È la mente che vuole sopprimere il corpo in cui vive. È il soggetto scisso che ha come unica via per ricomporsi l’autodistruzione. Per questo Charlie mangia. Lo fa di continuo. Ingurgita, inghiotte, divora. Di tutto. Tranci di pizza che galleggiano nell’unto, o hamburger innaffiati di maionese e ketchup. Il regista Aronofsky ha sempre fatto del corpo “invaso” l’ossessione centrale del suo cinema: si pensi anche solo al corpo gonfio di droghe e anfetamine in Requiem for a Dream, al corpo livido di pugni e di suture di Mickey Rourke in The Wrestler, al corpo sformato dalla gravidanza in Madre! o a quello divorato da un’ossessione di perfezione estrema in Il cigno nero. Charlie, con il suo corpo ingombrante, oscuro e deforme, perfino ripugnante in certe inquadrature, con i suoi colpi di tosse, i suoi conati di vomito, le sue sudorazioni continue, e il tremolio della carne flaccida che collassa verso il basso quasi stremata dal suo eccesso di peso, è l’ultima incarnazione di un’anima che combatte con il corpo in cui abita, in preda a una solitudine autodistruttiva che non lascia nessuno spiraglio né di speranza né di salvezza.
Brendan Fraser – che, ricordiamolo, era il ginnico eroe di La mummia – ansima sepolto sotto il gigantesco costume prostetico stampato in 3D dal make-up artist Adrien Morat: e lì, quasi atterrito dalla sua mostruosità, lascia filtrare la sua fragilità disperata dagli occhi, dall’avidità della bocca, dal sudore della pelle, dalle vibrazioni della voce. “Non credo che nessuno possa salvare qualcuno”, dice a un certo punto nel film. E anche se non mancano momenti di tenerezza (quando la ex-moglie si rannicchia nella ciccia del suo fianco…), Charlie arranca giorno dopo giorno verso il suo cupio dissolvi nella solitudine più assoluta. Perfino il rider che lo salutava da fuori, sul ballatoio, scappa via quando lo intravede sulla soglia. Così Charlie resta lì, sempre acquattato nella semioscurità. Nell’assenza di luce e di colori. Nell’ingordigia sempre più disgustosa. Sino al finale, così simbolico, così irrealista. Lì, finalmente, Charlie riesce ad alzarsi (per la prima e l’ultima volta). E allora esplode la luce: tutto scompare, lo schermo diventa un quadrato luminoso quasi accecante. Ed è in quella luce, in quel bianco definitivo che sostituisce il rettangolo nero dell’inizio, che Aronofsky si congeda, lasciando ad ognuno di noi la libertà di immaginare la fine. La fine di Charlie. La fine del film. Immenso. Sconvolgente. Illuminante. Straziante. Risolutivo.