Babylon, la regia di Damien Chazelle

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tre ore ininterrotte di energia pura, senza un attimo di sosta. Una dichiarazione d’amore (e forse un poco anche di odio…) per il cinema dichiaratamente bulimica, frenetica, debordante. Un ritmo trascinante. Un pullulare di immagini che sgorgano l’una dall’altra all’insegna di un’immaginazione che pare inesauribile

Ci sono film che ti chiedono di star lì sulla soglia a osservare e decodificare a distanza le loro rarefatte geometrie visual-concettuali e ce ne sono altri che invece ti chiedono con forza di eliminare ogni distanza e di immergerti nel loro inarrestabile flusso visivo. Babylon di Damien Chazelle (Whiplash, La La Land) non solo appartiene a questa seconda categoria ma va oltre per eccesso: non si accontenta di invitarti a entrargli dentro, letteralmente ti travolge.
Tre ore ininterrotte di energia pura, senza un attimo di sosta. Una dichiarazione d’amore (e forse un poco anche di odio…) per il cinema dichiaratamente bulimica, frenetica, debordante. Un ritmo trascinante. Un pullulare di immagini che sgorgano l’una dall’altra all’insegna di un’immaginazione che pare inesauribile. Un film febbrile euforico orgiastico eccessivo e a tratti anche volutamente disturbante. Ma vivo, sincero e divorato da un sacro fuoco che lo scalda da dentro dall’inizio alla fine.
Prendete anche solo il lungo piano sequenza iniziale durante la festa sulle colline di Hollywood nel 1926: la macchina da presa di Damien Chazelle si cala nella calca dei corpi che cantano, ballano, si accoppiano, si urinano addosso e si drogano, va su e giù nella penombra, accelera in improvvise panoramiche a schiaffo e poi si blocca all’improvviso, danza a sua volta, ebbra e stordita nel marasma di umori sudori e stelle filanti, si immerge nella confusione, se ne lascia contagiare, trascina anche noi dentro il caos. Come e più che nel piano sequenza iniziale di La La Land (quello ambientato in mezzo a un ingorgo automobilistico su una delle highways di Los Angeles, ricordate?), Chazelle mette subito in chiaro il suo metodo: ritmo, immersione, adesione.

Babylon è un omaggio-ritratto della Hollywood di fine anni Venti-inizio anni Trenta, quando l’avvento del sonoro (l’analogo per il cinema dell’invenzione della prospettiva per la pittura, dice un personaggio) provoca cataclismi e terremoti nei sistemi produttivi e nelle carriere di molte star incapaci di adeguarsi alla nuova tecnologia. La tesi del film è chiara: Hollywood è il cinema. E il cinema è un vortice di cattivo gusto e di magia pura. È un mondo che pullula di personaggi laidi e corrotti, è una sporca faccenda, il cinema. Eppure è una delle meraviglie del mondo. Certo: come dice l’attore Jack Conrad (Brad Pitt), un divo straricco, pagatissimo e noto per la sua vita sregolata fatta di feste, alcol, divorzi e affari sporchi, mentre in Europa inventano il Bauhaus e la musica dodecafonica, a Hollywood si trastullano con i film in costume. Deprimente? Affatto. Perché il cinema – è sempre lo stesso personaggio che lo dice – non è un’arte minore. E non lo è perché il pubblico lo ama, perché al cinema ci vanno tutti, e al cinema si sentono meno soli. Punto.

Babylon (il titolo appare sullo schermo dopo almeno mezz’ora!) è una cornucopia semiotica, un horror pleni cromatico-luministico, un’orgia di gesti e di segni. È pieno di vomiti, deiezioni escrementizie (anche elefantiache!), fiotti di sangue e di urina. Mette in scena un mondo spietato che usa le persone e le butta via. Eppure. Eppure chi vi entra in contatto non ne può più fare a meno. Il set ti strega, ti ammalia, ti incanta e ti ipnotizza. Anche quando devi ripetere la stessa scena o la stessa battuta più e più volte, fino all’esasperazione. Anche quando devi saper fingere di piangere pur non avendone voglia o motivo. Lacrime finte, sangue vero. Perché si muore davvero sui set hollywoodiani degli anni Venti (e c’è un set che sembra essere di Cecil B. De Mille e un altro che potrebbe essere di Dorothy Arzner).
Se Brad Pitt – come abbiamo visto – incarna l’attore con baffetti che affronta malinconicamente la propria inevitabile uscita di scena, Margot Robbie immette un’energia scatenata, selvaggia e quasi animalesca nel personaggio di una starlet che vorrebbe terremotare il sistema (“Cocco! Non si diventa star, o lo si è o non lo si è. Io lo sono!”) e ne esce triturata.

Diego Calva è invece Manny Torres, il giovane ispanoamericano che viene dal nulla, arriva quasi in cima e poi – con una parabola che non possiamo rivelare – all’improvviso ricade giù giù in basso, da dove era venuto. Ma è a lui che Chazelle affida il finale: prima facendoci scendere con lui nei sotterranei di Hollywood, in una sorta di viaggio all’inferno, nei cunicoli segreti dove la società dello spettacolo mette in scena il suo lato oscuro e la sua brama di proibito, fra lottatori chiusi in gabbia, alligatori famelici che sguazzano in laghi di sangue e forzuti che divorano topi vivi immersi in una luce rossastra e morbosa davanti a spettatori eccitati dall’odore del male. E poi è sempre Manny che in un’appendice ambientata nel 1952 torna a Hollywood e va al cinema a vedere – a colori, stavolta! – Singin’ in the Rain: e lì, con un movimento di macchina di commovente dolcezza, in un piano sequenza che è antitetico e complementare a quello dell’inizio, la macchina da presa di Damiel Chazelle accarezza gli spettatori seduti in galleria, ci regala i loro sguardi trasognati, ci mostra il piacere che provano nell’essere lì e nel godere l’incanto delle immagini sullo schermo.
Il cinema non è un’arte minore. Lì Manny piange. Lacrime vere, stavolta. E sullo schermo il cinema esplode come in un caleidoscopio o in uno spettacolo pirotecnico: il treno dei Lumière va a braccetto con il cavallo al galoppo di Muybridge e con la luna di Georges Méliès, l’occhio tagliato di Buñuel in Un chien andalou si accoppia con un primo piano di Dreyer, e le danze di Gene Kelly confluiscono negli ologrammi di Matrix. Tutto si mescola, si centrifuga, si sovrappone. Tutto danza. Nulla sta fermo. Il cinema è davvero una fabbrica di sogni e al tempo stesso un’officina di fantasmi. Babylon ce lo ricorda con una forza d’urto dirompente: quella che hanno solo le condanne a morte e le dichiarazioni d’amore.