Grazie ragazzi, la recitazione di Antonio Albanese

ARTICOLO DI Gianni Canova

Impossibile resistere: ti commuovi. Il che vuol dire che il film funziona. Che fa il suo dovere. Fa piangere, pur non rinunciando qua e là anche a far ridere. E anche se tutto scatta come previsto, l’emozione è autentica

Lo sai. Te l’aspetti, la lacrima, mentre sei lì seduto in sala e stai vedendo Grazie ragazzi di Riccardo Milani. A un certo punto senti che di lì a poco ti commuoverai: e la commozione puntualmente arriva. La storia – remake italiano del film francese Un triomphe – è semplicissima e diretta: Antonio Albanese, attore in crisi costretto per campare a simulare gemiti e guaiti per doppiare film porno, trova la sua occasione di riscatto mettendo in scena con cinque detenuti del carcere di Velletri un capolavoro assoluto del teatro dell’assurdo come Aspettando Godot di Samuel Beckett. Ti aspetti tutto: le difficoltà iniziali, la diffidenza reciproca, i personaggi che si studiano l’un l’altro e poi l’accettazione, il coinvolgimento nel progetto, l’adesione convinta. Sino al trionfo finale: e lì, quando cinque emarginati cronici, semianalfabeti, criminali, riescono – loro che sono abituati a vivere nell’attesa – a far rivivere magistralmente un testo come Aspettando Godot, senti che il miracolo compiuto dal teatro è tale da esigere anche da te un atto di empatia e di commozione. Impossibile resistere: ti commuovi. Il che vuol dire che il film funziona. Che fa il suo dovere. Fa piangere, pur non rinunciando qua e là anche a far ridere. E anche se tutto scatta come previsto, l’emozione è autentica.
Ma è proprio vero che tutto scatta secondo previsione? Forse no. Forse Grazie ragazzi è più complesso di quello che sembra. Il personaggio di Albanese (che anche nella finzione del film mantiene il nome proprio dell’attore, Antonio, aggiungendovi un cognome – Cerami – che ricorda inevitabilmente quello del grande sceneggiatore precocemente scomparso di tanti film di Roberto Benigni) ha il demone del teatro. Ma lo incarna e lo esprime con una misura ammirevole. Quanto in altri ruoli – pensiamo anche solo a Cetto La Qualunque – Albanese sa recitare sopra le righe, lavorando di iperboli e di eccessi, tanto invece qui si muove sotto traccia, lavora di sottrazione, è misurato, pudico, a tratti malinconico, ma anche fermo e irremovibile quando si tratta di chiedere alla direttrice del carcere (Sonia Bergamasco) di poter portare a compimento il progetto. A volte gli bastano uno sguardo, una pausa appena più lunga del necessario, per far valere il proprio ruolo da “maestro”. Altre volte invece deve alzare la voce, mettersi in gioco in prima persona, nella consapevolezza che pur non essendo giuridicamente un “carcerato” vive anche lui in una condizione di oggettiva coercizione. I suoi attori dormono nelle celle del penitenziario, lui invece – apparentemente libero – torna tutte le sere nel suo bilocale a Ciampino, dove vive solo, e resta lì, immobile e attonito, quasi prigioniero a sua volta, mentre aerei e treni passano ininterrottamente e rumorosamente fuori dalla sua finestra.

Mobilità/immobilità, carcerazione/libertà, reclusione/evasione: dove passa il confine che unisce e separa questi due opposti? Forse passa proprio per il testo di Beckett, che i cinque attori/carcerati (tra cui il “boss” Diego di Vinicio Marchioni, il libico Aziz di Giacomo Ferrara e il balbuziente Damiano di Andrea Lattanzi) imparano a memoria, e che urlano di notte da una cella all’altra, per comunicare tra loro anche a distanza in una delle scene più belle del film.
Aspettando Godot viene smontato, sminuzzato, spezzettato. La sceneggiatura – firmata da Milani assieme a Michele Astori – lo propone e ripropone a frammenti, spesso ritornando più volte, in momenti diversi, sulla medesima a scena o sulla stessa battuta. Il testo nella sua interezza è assente. È un testo-fantasma (come è fantasmatica l’apparizione di Godot incarnato dal detenuto rumeno che – trasgredendo il testo beckettiano – scivola alle spalle degli attori nella scena conclusiva della pièce). Chi non conosce il capolavoro di Beckett difficilmente capisce di cosa si tratta, cosa racconta, che dinamiche inscena fra i personaggi coinvolti.
Eppure il tutto incanta. È la magia del teatro. È il fascino di assistere alla mutazione di cinque detenuti/criminali in altrettanti attori che nel farsi personaggi evadono prima di tutto da se stessi, dal proprio passato, dalle colpe che si portano dietro. Perché il teatro, per chi lo fa (come ci avevano insegnato altri film “nel” carcere più che “sul” carcere, da Cesare deve morire dei fratelli Taviani a Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario) è prima di tutto questo: un atto di alienazione. Un farsi altro da sé. Un usare il diaframma, i costumi di scena, la voce, il gesto per fare del proprio corpo la matrice di una nuova identità. E così Diego, Aziz, Damiano, Mignolo (Giorgio Montanini) e il rumeno che non parla ma suona la chitarra (Bogdan Ioardachioiu) evadono pur non uscendo mai dalla stanza del penitenziario cui fanno le prove o dal palcoscenico dei teatri in cui vanno a recitare, mentre quando provano a “uscire” davvero, non trovano l’agognata ebbrezza della libertà ma tornano fatalmente a essere prigionieri del loro passato.