Niente di nuovo sul fronte occidentale, la regia di Edward Berger

ARTICOLO DI Gianni Canova

È un vero kolossal Niente di nuovo sul fronte occidentale. Migliaia di comparse, set sterminati, campi di battaglia ingombri di filo spinato, cavalli di frisia e cadaveri orrendamente mutilati che marciscono nella fanghiglia e nella neve. È un’opera che tocca e turba profondamente.

Tre anni fa, con 1917, Sam Mendes aveva raccontato la Grande Guerra attraverso la corsa contro il tempo di un eroico soldato britannico, dentro un unico piano sequenza da togliere il respiro. Era una visione dinamica, terribile e disperata di quella gigantesca macelleria umana a cielo aperto che fu il conflitto del 1914-1918. Sembrava che Mendes avesse raggiunto un punto di non ritorno nella messinscena della guerra. Ora invece il regista tedesco Edward Berger mette mano di nuovo al capolavoro pacifista di Erich Maria Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale (pubblicato nel 1929, già portato sugli schermi due volte a Hollywood, nel 1930 da Lewis Milestone e nel 1979 da Delbert Mann, ma censurato nella Germania nazista come opera disfattista e degenerata) e ci riporta al sangue e al fango delle trincee, quelle che avevamo già visto al cinema in film come Uomini contro di Francesco Rosi e soprattutto Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick.

È un vero kolossal Niente di nuovo sul fronte occidentale. Migliaia di comparse, set sterminati, campi di battaglia ingombri di filo spinato, cavalli di frisia e cadaveri orrendamente mutilati che marciscono nella fanghiglia e nella neve. Bisognerebbe vederlo su uno schermo gigantesco, ma anche visto sui dispositivi domestici (il film è targato Netflix) è un’opera che tocca e turba profondamente. I rumori dei cannoni e dell’artiglieria. La morte che aleggia ovunque. L’inferno sulla terra. E attacchi suicidi ordinati da ufficiali ambiziosi e ottusi, narcisi e feroci.
Il film segue il punto di vista di Paul Baumer, giovane studente che adora Goethe e Schiller ma che galvanizzato dalla retorica patriottarda del suo professore si arruola volontario nell’esercito imperiale, convinto di andare a combattere “per il Kaiser, per Dio e per la Patria”. L’euforia però dura poco: già il primo contatto con le trincee dissolve l’entusiasmo e i sogni di gloria. Lì, sotto il fuoco nemico, con i corpi degli amici che gli agonizzano accanto, con il sangue che si mescola al fango, con le urla di dolore che si perdono nel fumo e nella notte, non resta che aggrapparsi alla vita. La vita nuda. La vita, e nient’altro. Vengono in mente i versi espressionisti di Giuseppe Ungaretti, quelli scritti in trincea e impastati di sangue e di morte, vedendo il film di Edward Berger: “Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d’amore/ Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”.

Con il volto incrostato di terra e sudore, le mani sporche, il freddo, la fame, i soldati ogni giorno guardano in faccia a morte, vengono fatti uscire allo scoperto, lanciano granate, ma cadono come mosche, colpiti da un proiettile o schiacciati dai cingolati. Eppure la vita continua a pulsare in ognuno di loro. Due esempi: Kropp, il soldato con gli occhi blu, ritaglia dal manifesto di uno spettacolo teatrale il disegno di una donna elegante e seducente e porta via il ritaglio con sé, come per avere sempre a disposizione un’immagine colorata che si lasci guardare e che faccia sognare. E poi lo stesso Paul, che prima accoltella a morte, in un feroce corpo a corpo, un soldato francese, ma poi straziato dai sussulti e dai rigurgiti di sangue di quel corpo agonizzante,  con un estremo gesto di umana pietà, lo aiuta dolcemente a morire. Di nuovo Ungaretti: “Di che reggimento siete, fratelli?”.
Nell’inferno della guerra – guerra cieca, guerra che ottunde le percezioni, guerra che assorda mutila e accieca – i soldati riscoprono una forma elementare di solidarietà creaturale, percepiscono nitidamente la propria fragilità e precarietà. E mentre i cadaveri si ammucchiano (sul fronte occidentale morirono oltre tre milioni di soldati), i generali – nei loro eleganti vagoni letto, o nei loro caldi e accoglienti accampamenti – decidono con assoluta nonchalance di mandarli a morte per conquistare pochi metri di terra. Come si dice apertamente all’inizio del film: “La guerra è come una partita a scacchi. Il singolo pedone non conta. È la visione complessiva, è la vittoria che conta”. I pedoni sono insomma tranquillamente sacrificabili: un disgustoso esempio di ferocia militare.

È un film pacifista Niente di nuovo sul fronte occidentale. Ma senza ideologia, senza retorica. Bastano quei campi lunghi. Quegli sguardi paralizzati nell’orrore. Quei cadaveri ammonticchiati. Quella puzza di morte che aleggia tra pozzanghere e falò, tra fumi e fuliggine. Considerate se questo è umano. Un film come questo ci porta davvero sull’orlo dell’abisso e ci invita a diffidare di chi – in nome di presunte superiorità etniche, nazionalistiche o sovraniste – potrebbe di nuovo far riprecipitare l‘umano nel gorgo del massacro e dell’orrore.