RoFF17: la magia di Spielberg e “La stranezza” di Andò

La Festa del Cinema di Roma: la magia e l’emozione del più grande cinema nell’attesissimo The Fabelmans di Steven Spielberg, al cinema a Natale. Oggi intanto, verso la chiusura la sorpresa nella commedia italiana è La stranezza di Roberto Andò con Toni Servillo tra Ficarra e Picone

Se il più grande cinema contemporaneo avesse un solo nome e cognome oggi si chiamerebbe sicuramente Steven Spielberg, con un sottotitolo che racchiude la magia di un mondo più che mai universale in grado di racchiudere in una sola parola memoria, creatività, emozione, passione. Sì, perché è la passione forte come la magnifica ossessione di sempre che si respira dalla prima all’ultima inquadratura nel meraviglioso, imperdibile The Fabelmans storia autobiografica di Spielberg, il più grande regista vivente non solo di Hollywood ma di tutto il mondo.
È il film che, pur nell’assenza del suo autore, la Festa del Cinema di Roma numero 17 ha regalato al suo pubblico in anteprima mettendo a segno in Italia il colpo che aveva già siglato il festival di Toronto e solo due giorni fa nel segno della complicità tra Thierry Fremaux e Spielberg il più piccolo ma super cinefilo Festival che il Delegato generale di Cannes dirige a Lione, la sua città.
E magicamente nell’asse che tra Lione e Roma lega Fremaux al Presidente di Roma, Gianluca Farinelli ecco lo schermo della Festa, in collaborazione con Alice nella Città accendersi ieri sera nella stessa ora nei due Auditorium della Capitale per un pubblico happy few che ha avuto il piacere sublime di applaudire in anteprima il film più magico che arriverà sugli schermi a Natale visto che oggi stesso l’uscita italiana è stata fissata proprio il 22 Dicembre.

Tutto comincia con un bambino e i suoi genitori all’ingresso di un cinema del 1952, conosceremo la sua paura di fronte alle immagini troppo forti di un treno che deraglia e fa saltare in aria una macchina, un treno che appartiene storicamente alla storia del cinema e che come all’epoca dei Lumiere torna a spaventare il pubblico -e quel bambino che crescerà con il nome di Sam- in una famiglia ebraica e follemente disfunzionale in un’America che offre un panorama diverso nelle diverse città che i Fabelmans attraversano. Un viaggio raccontato attraverso la piccola cinepresa amatoriale di Sam che il cinema lo scopre adolescente e continuerà a coltivarlo finché non diventerà il suo futuro, un domani che sarà la sua vita.
Certo, conoscendo la storia di Spielberg lo sappiamo bene ma è davvero una scoperta e una sorta di film nei suoi film ripercorrere con lui quanto tutto nella sua vita sia passato attraverso il mirino di una cinepresa che gli ha fatto scoprire il mondo ma anche i fatti e le sfumature più private della sua vita familiare.
Dal treno all’orizzonte Sam Fabelmans (che è Meteo Zoryon, poi il diciannovenne Gabriel LaBelle), finisce per sentirlo evocare perfino da da John Ford (che ha nel film sorprendentemente il volto di un irriconoscibile di David Lynch) quando gli spiega, davanti ai quadri nel suo studio alla CBS: “Quando è sul fondo, è interessante. Quando è nel mezzo, è fottutamente noioso!”, e Spielberg ci fa capire che quell’orizzonte è il panorama di tutto ciò che ci circonda, un orizzonte della vita che ha il senso di  qualcosa con cui confrontarsi. E da raccontare senza mai cadere nella noia o nell’ovvio.
È il 6 gennaio 1952 quando lo sguardo del piccolo Sam Fabelman – per la prima volta scopre il cinema guardando quell’incidente ferroviario ne Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. De Mille. Non sa che la cinefilia e la cinepresa saranno il cuore della sua vita, per dirlo con Ford, il suo orizzonte mai nella statica posizione in cui lo vuole la geografia…Quando  con la complicità della mamma (Michelle Williams) – riuscirà a riprodurre quell’incidente visto sullo schermo, la cinepresa familiare diventerà uni strumento di autoanalisi e insieme il suo sguardo appassionato e sinceri sul mondo.
Il film, scritto da Spielberg con il Tony Kushner, Premio Pulitzer: ha vinto il Premio del Pubblico al recente Toronto International Film Festival. Girato in 8, in 16 e in 35 mm. attraverso il taglio delle diverse cineprese nelle mani del protagonista è insieme celebrazione delle immagini in movimento e romanzo di formazione ma soprattutto un atto d’amore per il cinema che commuove e ed emoziona. Con Tony Kushner, storico collaboratore del regista e candidato all’Oscar® per aver scritto film come Lincoln e Munich, Spielberg ha avuto al suo fianco un maestro della fotografia come Janusz Kaminski e il film corre magicamente con grande piacevolezza fino al 1964, fra luci e ombre di una storia familiare in cui il cinema è l’unico punto fermo.

Difficile parlare d’altro in un giorno in cui tutto ruota intorno a questa meravigliosa scoperta. Ma la Festa vola verso il finale rilanciando ancora il cinema italiano: dopo il Caravaggio kolossal di Michele Placido, con Riccardo Scamarcio oggi c’è La stranezza che parla di un Pirandello in crisi impersonato da un Toni Servillo dai toni inediti, alle prese con Ficarra e Picone teatranti comici di provincia in una storia che ruota intorno al viaggio siciliano dello scrittore in attesa di portare in scena al Valle di Roma i Sei personaggi in cerca d’autore. Nasce un rapporto che è una vera stranezza (come ai tempi in cui i Taviani vollero Franco Franchi Ciccio Ingrassia in Kaos?). Ma, stranezza nella Stranezza, questi piccolo film di forte impegno anche nel budget arriva in sala cin la collaborazione di due colossi nazionali come Rai Cinema e Medusa entrati insieme per la prima volta in coproduzione… Sabati la Festa chiude, lasciando a domenica le ultime repliche: il count down ormai è iniziato.