Maigret, la recitazione di Gérard Depardieu

ARTICOLO DI Gianni Canova

Depardieu è davvero – letteralmente – gigantesco. E trasmette come nessun altro la percezione di come tutti abbiamo a che fare con un vuoto, con una mancanza, e con i cadaveri – veri o metaforici – che ci portiamo dentro

È poco più che un’ombra nella notte. Una massa oscura che avanza nel buio. Andatura lenta, fiato corto, movimenti rallentati: appare così il Maigret di Gérard Depardieu nel nuovo, bellissimo film di Patrice Leconte, liberamente tratto dal romanzo di Simenon Maigret et la jeune morte.
Nella prima scena lo vediamo dal medico che rileva in lui una certa stanchezza, oltre che una probabile inappetenza. “Mangia?”, gli chiede. E lui: “Mi alimento…”. Laconico. Distaccato. Inappetente, certo: non lo vediamo quasi mai mangiare. Non può più nemmeno fumare. Il medico gliel’ha proibito. E allora lui maneggia la sua inseparabile pipa, la tiene in tasca, la tira fuori. Anche quando è dal giudice impugna la pipa. “Niente fumo, qui!”, intima quello. E lui, impassibile (o malinconico…): “Questa non è una pipa, è un Magritte…”. Maigret, Magritte: assonanza dei nomi, analogia dei gesti. Se il pittore belga (come belga, del resto, è anche Simenon) aveva rivendicato che un’immagine, per quanto assomigli all’oggetto che rappresenta, non è l’oggetto, Maigret rivendica invece che un oggetto privato della sua funzione è solo l’immagine (l’impronta? la memoria?) di quell’oggetto. Eppure è di immagini che ci nutriamo. Di ectoplasmi mentali. Di fantasmi della mente. A cominciare dallo stesso Maigret. Quando è chiamato a indagare sulla morte di una giovane donna misteriosa e senza identità, trovata morta nel suo abito da sera bianco inzuppato di sangue, Maigret rivede in lei l’immagine di altre donne scomparse, forse perfino l’immagine di sua figlia. E si mette a cercare.
Più interessato a capire la vittima che a trovare il colpevole. Più a capire il buio del mondo che ad assicurare un assassino alla giustizia. Così, pesante, massiccio, stanco, disilluso, con un’imponenza del corpo inversamente proporzionale alla fragilità dell’anima, Maigret indaga in una Parigi anni ’50 che sembra in bianco e nero pur essendo a colori, lontanissima dall’iconografia cartolinesca delle brasseries e della ville lumière, quasi uscita dalle pagine non solo di Simenon ma anche da quelle di un Patrick Modiano. La trama “poliziesca” importa poco. Il “giallo” è quasi scontato. A un certo punto non ci interessa quasi più. Ci importa invece capire questo commissario che mangia poco e fuma niente ma carbura a alcool (vino bianco, birra o calvados, a seconda del tipo di inchiesta) e incarna perfettamente l’archetipo del detective “celibe” (anche se è sposato…) e distaccato dalle passioni che abitano l’animo dei suoi simili.

Con addosso il suo pastrano grigio e un cappellaccio a larghe falde che non toglie quasi mai, neppure nelle scene in interni, il Maigret di Depardieu è una delle incarnazioni più potenti del commissario inventato da Georges Simenon e già portato sugli schermi, tra gli altri, da Jean Gabin e Bruno Cremer, Gino Cervi e Sergio Castellitto. Depardieu non ha né l’autorevolezza di Gabin né la bonomia di Gino Cervi. Fatica a muoversi. Fa muovere gli occhi. Osserva. Scruta. Annusa. Cerca di assorbire l’ambiente. Di immergersi nel teatro del crimine. Di penetrare i meandri e i labirinti della psiche umana. Ma vedendolo al lavoro, così crepuscolare, così contorto e dolente, noi riusciamo a intuire qualcosa anche dei suoi labirinti interiori. L’ossessione che ha per un certo tipo di giovane donna, per la vittima, ma anche per un’altra ragazza che le assomiglia, e che lui cerca di sottoporre a un trattamento da “donna che visse due volte” di hitchcockiana memoria, ci lascia intuire che dentro quel corpaccione apparentemente insensibile c’è un vuoto profondo, e che quelle “figure” di donna non sono che ombre con cui cerca invano di riempire un’assenza. Ma sono anche loro come la pipa: inutilizzabili. Magrittiane incarnazioni di un incolmabile vuoto maigretiano.
Depardieu è davvero – letteralmente – gigantesco. E trasmette come nessun altro la percezione di come tutti abbiamo a che fare con un vuoto, con una mancanza, e con i cadaveri – veri o metaforici – che ci portiamo dentro. Perché di fronte a ogni indagine – che ne siamo protagonisti, lettori o spettatori – è nei nostri abissi che andiamo a frugare.