Il signore delle formiche, la regia di Gianni Amelio

ARTICOLO DI Gianni Canova

Lo spettatore non deve ripulirsi la coscienza sentendosi emotivamente solidale con la vittima, piuttosto deve comprendere le aberrazioni di una società che condanna un uomo al pubblico ludibrio e alla carcerazione solo per la sua “diversità”

È pieno di porte, soglie e sbarre, Il signore delle formiche di Gianni Amelio.
Porte che si chiudono, porte che nascondono, sbarre che recludono.
Lo spazio scenico è ingombro di ostacoli, di interdetti, di architetture della coercizione, a significare e comunicare che il mondo messo in scena dal film è un mondo dominato dalla proibizione. Proibito amare fuori dalle regole imposte dal conformismo e dal perbenismo dominanti. Proibito vivere fuori dagli schemi dettati dall’ipocrisia borghese. Proibito essere “diversi”, proibito uscire fuori dal branco.

Ricostruendo uno dei casi più aberranti nella storia recente della giustizia e della società italiane (il processo al prof. Aldo Braibanti, arrestato e condannato a 9 anni di carcere nel 1968 con l’accusa di aver plagiato il suo giovane allievo e amante), Gianni Amelio torna a lavorare e a ibridare i due generi che gli sono più cari: il courtroom movie (il film processuale) e il mélo. Con il primo di questi due generi Amelio si era già misurato nel 1990 con il bellissimo Porte aperte, il secondo esprime invece una delle cifre più ricorrenti e peculiari di tutta la sua filmografia.
Il signore delle formiche è mélo fin dalla scena d’apertura, ambientata non a caso durante una festa dell’Unità: su uno schermo all’aperto scorrono le immagini in bianco e nero di Quando volano le cicogne, film sovietico del 1957 premiato nel 1958 con la Palma d’oro al Festival di Cannes.  Diretto dal regista Michail Kalatozov, il film narra la storia dell’amore impossibile fra una ragazza e il suo compagno, arruolato nell’esercito sovietico durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche Il signore delle formiche racconta di un amore analogo (quello fra Braibanti e il suo compagno): e qui come là, nel film di oggi come in quello di 65 anni fa, a interdire l’amore è l’irruzione della Storia nella relazione sentimentale dei due protagonisti. Là, nel film di Kalatozov, si tratta della guerra, mentre nel film di Amelio è il pregiudizio sociale storicamente determinato.
Nell’Italia degli ultimi anni Sessanta, nel 1968 della rivolta e della contestazione, l’omosessualità è ancora tabù. Perfino la parola è messa al bando e l’omosessuale viene definito con altri epiteti ingiuriosi: pederasto, dice la livorosa affittacamere che denuncia il prof. Braibanti (con la desinenza in “o”, perché perfino la desinenza in “a” viene ritenuta inaccettabile e sconveniente per un maschio); culatùn, come una mano ignota scrive di notte sul muro accanto alla porta d’entrata della casa di Braibanti; infine invertito, come dice un avvocato comunista, convinto che le manifestazioni si debbano fare per protestare contro la guerra in Vietnam, e non per difendere un omosessuale.

Il pregiudizio sociale è ovunque: è nell’austera e furiosa madre dell’amante di Braibanti, che non esita e rinchiudere il figlio in manicomio e a sottoporlo alla tortura dell’elettroshock pur di farlo ”guarire”; ma è anche nei discorsi e nella testa dei giudici arroganti e omofobi che in tribunale pronunciano parole da far accapponare la pelle, e perfino nel caporedattore dell’Unità che preferisce glissare sul processo pur di non turbare il moralismo peloso dei suoi lettori.
Amelio però non ama gli eccessi e le incandescenze del mélo. Preferisce raffreddare. Il suo Braibanti non è mai empatico. È una figura ombrosa e scontrosa. Non mobilita le emozioni. Rimane silenzioso e distaccato. Luigi Lo Cascio lo interpreta scegliendo una recitazione quasi straniata, fredda, tale da ostacolare o quanto meno rallentare ogni processo di adesione emozionale dello spettatore. Così Amelio osserva il suo personaggio con uno sguardo simile a quello con cui il personaggio studia le formiche (Braibanti era, oltre che poeta e filosofo, anche uno stimato mirmecologo): qui non si tratta tanto di compatire, piuttosto bisogna capire.

Lo spettatore non deve ripulirsi la coscienza sentendosi emotivamente solidale con la vittima, piuttosto deve comprendere le aberrazioni di una società che condanna un uomo al pubblico ludibrio e alla carcerazione solo per la sua “diversità”.
Nella seconda parte, quando il courtmovie si sovrappone al mélo, il film però si accende e tocca il suo apice emozionale con l’interrogatorio del giovane Ettore (interpretato da un intenso e vibrante Leonardo Maltese): traumatizzato dagli elettroshock a cui è stato sottoposto, dal letto di contenzione, dalla reclusione coatta e dalla separazione dal suo amante, il giovane risponde alle domande dei giudici con una sincerità disarmante, confessa senza esitazioni il suo amore per Braibanti, e unisce la sua fragilità ferita a una determinazione che dà i brividi. Amelio lo filma con in lungo piano sequenza che lascia fuoricampo i giudici e la loro ottusa omofobia per restare sul primo piano di un ragazzo umiliato e ferito da un mondo che pretende di punire e “guarire” chi non si conforma.
Non tutto nella ricostruzione storica è impeccabile (a cominciare dal fatto che il quotidiano l’Unità difese con forza Braibanti e non lo scaricò come invece appare nel film), ma non è questo che conta. Quel che conta è che Il signore delle formiche nell’Italia di oggi è un film necessario. Parla di ieri per farci vedere meglio l’oggi. E ci dimostra che le formiche sono per certi versi meglio di noi: loro hanno due stomaci, uno per il singolo individuo e un altro (lo stomaco sociale) dove viene immagazzinato il cibo per i membri della colonia che sono rimasti senza. Questi insetti – ci insegna Braibanti – sanno anteporre il bene collettivo a quello individuale. Noi no. Negli anni Sessanta come oggi, noi abbiamo cura solo del nostro stomaco, pensiamo a riempire quello e pretendiamo di espellere dal corpo sociale chi non pensa ama mangia e vive come l’ipocrisia sociale dominante ritiene che si debba vivere pensare mangiare e amare.