The Gray Man, la regia di Anthony e Joe Russo

ARTICOLO DI Gianni Canova

A partire dal tema della caccia all’uomo solo contro tutti e del cacciatore che diventa preda, i fratelli Russo sono abilissimi nel concentrare tutti i tòpoi e gli stilemi dell’action movie all’interno di una struttura narrativa centripeta che si stringe a poco a poco attorno a Sierra Six e al suo antagonista

Senza soste. Senza un attimo di tregua. Tutto di corsa. Veloce. Più veloce. Fino all’ultimo respiro. Ha un ritmo forsennato The Gray Man dei fratelli Anthony e Joe Russo (noti al grande pubblico soprattutto per le loro regie targate Marvel, da Captain America a Avengers: Endgame).
È come se un action in stile Bond avesse rubato il motore a uno degli Avengers più scatenati per trascinare lo spettatore in un tritatutto emozionale al ritmo di una corsa mozzafiato. Al centro del racconto (e del movimento forsennato) c’è il personaggio interpretato da Ryan Gosling: facciamo la sua conoscenza nel 2003, quando è detenuto in una prigione di stato della Florida. Un agente dei servizi segreti (interpretato da un grande Billy Bob Thornton) lo contatta e gli propone di uscire di galera e di lavorare sotto copertura per la CIA, occupandosi degli affari sporchi che non possono essere rivelati pubblicamente. Il nostro accetta e 18 anni dopo è uno degli agenti più qualificati: il suo nome in codice è Sierra Six e fa parte dei Gray Men, quegli uomini “spregiudicati e misteriosi” – così li definisce l’agente interpretata da Ana de Armas – che vengono usati in segreto quando non si può usare nessun altro. Incaricato di una missione pericolosa (e a suo modo fratricida…) Sierra Six entra in possesso di una chiavetta Usb che contiene informazioni compromettenti per i vertici della CIA e per i metodi usati in alcune operazioni. Da quel momento la sua vita è appesa a un filo e si innesca una caccia all’uomo che non si arresterà neanche alla fine del film (inevitabile il sequel?).

A partire dal tema della caccia all’uomo solo contro tutti e del cacciatore che diventa preda, i fratelli Russo sono abilissimi nel concentrare tutti i tòpoi e gli stilemi dell’action movie all’interno di una struttura narrativa centripeta che si stringe a poco a poco attorno a Sierra Six e al suo antagonista, lo psicopatico Lloyd Hansen (un Chris Evans baffuto e sprezzante), ingaggiato dalla CIA per la sua risaputa ferocia (Lloyd tortura le sue vittime per farle confessare, e cita Schopenhauer per motivare i suoi gesti: “Spesso è la perdita che insegna il valore delle cose”, sghignazza mentre strappa le unghie dalle dita di un torturato…).
Dicevamo di una struttura centripeta che si chiude a poco a poco sui due antagonisti. Il film inizia avendo come scenario il mondo: si passa dall’incipit ambientato durante il Capodanno a Bangkok a scene ambientate a Baku in Azerbaijan per saltare poi in Turchia e a Vienna. È il consueto accumulo di location, tipico dell’action movie contemporaneo. Poi l’azione si concentra a Praga, dove la caccia a Sierra Six da parte di Lloyd e dei suoi sicari armati e corazzati quasi distrugge il centro storico dell’affascinante capitale della Repubblica Ceca. Da dì ci si sposta in un castello in Croazia (in realtà è un castello francese…), dove Lloyd tiene prigioniera la nipotina dell’anziano agente che aveva ingaggiato Sierra. Dal castello, eliminati quasi tutti i personaggi secondari, Lloyd e Sierra entrano e si inseguono in un labirinto all’inglese prospiciente il castello fino ad arrivare a una fontana circolare dentro la quale ingaggiano, a mani nude, senza armi da fuoco, lo scontro finale.
Dunque: mondo-città-castello-labirinto-fontana. All’inizio Sierra non è solo: al suo fianco c’è la tostissima Ana de Armas, l’attrice cubana con gli occhioni da cerbiatta e la determinazione di una Avengers, che aveva già aiutato James Bond in No Time To Die.
Ma mentre l’azione esplode, i morti si accumulano, le esplosioni si susseguono, i tradimenti si moltiplicano e le ferite sanguinano, l’impianto narrativo si stringe e si chiude sui due antagonisti, che si ritrovano isolati e circoscritti in vista del titanico corpo a corpo che li aspetta. L’impianto è dichiaratamente videoludico: The Gray Man è un giocattolone esuberante, ipercinetico e pirotecnico che sputa fuori a getto continuo tutti i trucchi e le trovate di uno spy-action-thriller movie che non ha sottotrame nascoste, non denuncia, non condanna, non pontifica e si accontenta, molto semplicemente, e lealmente, di intrattenerci facendo giocare lo sguardo e generando attenzione e emozione. Che è poi delle cose più semplici e più belle che da sempre chiediamo al cinema e ai film.