Toilet, la regia, la sceneggiatura e l’interpretazione di Gabriele Pignotta

ARTICOLO DI Gianni Canova

Pignotta è davvero bravo nel mostrare nel corpo e sul viso l’ansia che cresce, la rabbia che monta, lo sconforto che dilaga. I dialoghi al telefono si fanno sempre più ansiogeni, mentre le rare inquadrature esterne mostrano l’area di servizio deserta e spopolata, quasi metafisica.

Alfred Hitchcock ha detto una volta che gli sarebbe piaciuto fare un film tutto ambientato dentro una cabina telefonica. Non l’ha fatto, ma quella tentazione claustrofila, quell’attrazione per il chiuso a cui il mago del brivido aveva dato voce ha preso corpo nel cinema contemporaneo: basta pensare a titoli come In linea con l’assassino o Buried-Sepolto, con Colin Farrell e Ryan Reynolds chiusi rispettivamente in una cabina telefonica e in una bara, o a The Elevator di Massimo Coglitore, tutto ambientato nello spazio angusto e soffocante di un ascensore. Toilet – scritto, diretto e interpretato da Gabriele Pignotta – si rifà a questi modelli scegliendo come unico ambiente la toilette di una stazione di servizio in un’area disabitata sull’Appennino abruzzese. Toilet è un one man show: Pignotta è Flavio Bretagna, un manager romano che la mattina presto si mette al volante della sua auto per raggiungere l’Aquila dove ha l’appuntamento d’affari più importante della sua vita.
La prima parte del film si svolge tutta nell’abitacolo dell’auto, con un palese riferimento a Locke, il film di Steven Knight interpretato da Tom Hardy. Mentre è alla guida il telefono suona ininterrottamente: il padrone di casa, la ex-moglie che gli ricorda i suoi doveri di padre, la segretaria, il socio d’affari. Il ritmo è convulso, il montaggio rende incalzante l’azione. Primo piano dell’uomo al volante. Dettaglio del telefonino. Dettaglio degli occhi riflessi nello specchietto retrovisore. Dettaglio delle dita che tamburellano sul volante. Qualche ripresa dall’alto inquadra l’auto che corre sull’autostrada. Poi di nuovo nell’abitacolo. Le voci si affollano. I problemi si accavallano. Il tempo corre. Bretagna non può arrivare in ritardo. Guida nervosamente. Tiene testa a tutti quelli che al telefono vogliono qualcosa da lui.
Poi, spinto da un impellente bisogno fisiologico, imbocca una deviazione laterale per raggiungere una stazione di servizio. Ferma l’auto, scende e si precipita in bagno. Ma quando è il momento di uscire, sempre di corsa, scopre che la porta non si apre. Le prova tutte, ma non c’è niente da fare. E resta lì, bloccato in mezzo al nulla, senza sapere dov’è, con il telefono che si sta scaricando e il geolocalizzatore che lì dentro non funziona. Un incubo. Resterà chiuso lì dentro per tutto il giorno e per tutta la notte successiva.

All’inizio Flavio prende a calci e a spallate la porta, urla, sbraita, impreca, chiede aiuto. Niente da fare. Lo spazio angusto del bagno, fra orinatoi incrostati e scritte oscene alle pareti, diventa una sorta di carcere. E Pignotta è davvero bravo nel mostrare nel corpo e sul viso l’ansia che cresce, la rabbia che monta, lo sconforto che dilaga. I dialoghi al telefono si fanno sempre più ansiogeni, mentre le rare inquadrature esterne mostrano l’area di servizio deserta e spopolata, quasi metafisica.
A un certo punto arriva la notte, si fa buio, inizia a piovere. E anche tu spettatore ti senti addosso il freddo, la fame, la paura, con il maresciallo dei carabinieri (gli dà la voce Francesco Pannofino) che al telefono cerca senza riuscirci di essere rassicurante, la segretaria (Vanessa Incontrada) gli fa confessioni intime e il socio d’affari (Lillo) gli ricorda che se arriva in ritardo all’appuntamento è una catastrofe.
La soluzione arriva all’alba, e ovviamente non la sveliamo. Diciamo però che Toilet è un film inconsueto, coinvolgente e coraggioso. Non solo: Pignotta lo sta accompagnando in giro per l’Italia e ogni sera associa alla proiezione anche un prologo e un epilogo teatrale: una proposta che il pubblico sta mostrando di gradire e che costituisce un piccolo ma prezioso esempio di innovazione multimediale e al tempo stesso una lezione salutare per un’industria dell’entertainment che sembra sempre refrattaria a mettersi in discussione e a esplorare nuove strade di rapporto con il pubblico.