Elvis, la regia di Baz Luhrmann

ARTICOLO DI Gianni Canova

Il nostro sguardo è travolto. Ammaliato, sedotto, stordito. Come se Luhrmann avesse voluto offrirci un’odissea nel successo: una rutilante parabola su come la nostalgia del palco, delle fans, della fama possa trasformarsi in un’arma di autodistruzione letale

Esagerato. Eccessivo. Smisurato. Caotico. Estremo.
Sono questi alcuni degli aggettivi più ricorrenti nelle recensioni e nelle analisi relative a Elvis, il film che il regista australiano Baz Luhrmann (Moulin Rouge, Il grande Gatsby) ha dedicato alla vita e al mito di Elvis Presley. Un quotidiano francese è arrivato perfino a definire il film “uno tsunami rococò”. La definizione voleva essere dispregiativa, ma forse la si può utilizzare anche nella prospettiva opposta.
Elvis è uno tsunami perché con un’energia straripante fa a pezzi tutti i modelli di biopic fin qui visti sullo schermo. Ne fa tabula rasa. E inventa un modello nuovo. Lo sperimenta. Lo mette alla prova. E lo fa senza paura di ostentare quell’eleganza un po’ sfarzosa e finanche decorativa che è tipica del rococò. Prendete anche solo l’incipit: Luhrmann spezza lo schermo, lo taglia, moltiplica gli split screen, ti ritrovi a vedere anche quattro o cinque finestre/cornici contemporaneamente; il montaggio più che frenetico è tellurico, le immagini si formano e crollano, la visione diventa lisergica e caleidoscopica, i colori si affastellano, le luci esplodono, la grafica gioca, isola e contorna, arrivando a incorniciare il volto di Elvis dentro il cerchio di una roulette che poi diventa un disco. Ma poi c’è il colore che chiede il controcanto al bianco e nero, il disegno da graphic novel si incista nelle riprese live, un cerchio rosso con l’occhio kubrickiano di Hal 9000 emerge e si reimmerge dal fondo, mentre nella colonna sonora per un attimo risuonano le note del primo capitolo di 2001:Odissea nello spazio.

Il nostro sguardo è travolto. Ammaliato, sedotto, stordito. Come se Luhrmann avesse voluto offrirci un’odissea nel successo: una rutilante parabola su come la nostalgia del palco, delle fans, della fama possa trasformarsi in un’arma di autodistruzione letale. Come se avesse voluto applicare al suo film quella logica da imbonitore che è teorizzata più volte dal personaggio del colonnello Tom Parker, il manager che ha inventato e creato il mito di Elvis e che, secondo alcuni, l’ha anche distrutto. È lui che racconta la storia. È suo il punto di vista attraverso cui siamo introdotti al mondo di Elvis: interpretato da un Tom Hanks gonfio, ingrassato e claudicante, con il volto riconoscibile anche se appesantito dal make up, carismatico nella sua sgradevolezza, falso e mendace come non può non essere un imbonitore, il colonnello (che in realtà colonnello non era, non si chiamava Parker, e non aveva cittadinanza in nessun luogo del mondo: il fantasma dello show business?) guarda Elvis un po’ come – il paragone è dello stesso Luhrmann – Salieri osservava Mozart: un mix di ammirazione e invidia, venerazione e manipolazione.
Al cinema però – devo l’osservazione a una bella recensione di Giulio Sangiorgio – la voce del narratore non ha mai quel controllo totale sulla storia e sul mondo narrato che ha invece il narratore onnisciente in letteratura. Al cinema c’è quasi sempre qualcosa che deborda ed eccede il punto di vista del narratore. In Elvis accade proprio questo: perché se la storia pubblica di Elvis si conforma alle logiche e all’estetica dell’imbonitore e del luna park, la vita privata, il rapporto con la moglie Priscilla, con la madre adorata, con le fans eccitate e ululanti, non è e non può essere visto dal punto di vista di Parker. Lì è lo sguardo a sua volta ammirato di Luhrmann che osserva, indaga, spia e racconta.

Nel film si scontrano di continuo due registri: quello luccicante del palcoscenico, con le fan assiepate in delirio, le mutandine che volano sul palco, le luci, i lustrini e le paillettes, e il movimento pelvico dell’idolo (quello per cui Elvis fu accusato di lussuria e perversione dall’America conservatrice), in un programmatico deragliamento dei sensi che non disdegna il kitsch di una certa estetica rock; e accanto a questo il registro più intimo e privato della fragilità, della paura, della debolezza, il registro dei sogni infranti e degli amori impossibili. I due registri si fondono metaforicamente nella scena in cui Elvis si perde (o è Parker che lo fa perdere?) nel labirinto di specchi del luna park: “Non sai più chi sei, e perché sei lì, ma ti piace che sia così…”. È un ottovolante Elvis, ha detto qualcuno. Vero: l’occhio va su e giù, va di qua e di là, sbanda, salta, zooma, esonda. Il ritmo martella, il sudore schizza e la musica guida il movimento. L’interprete di Elvis, il giovane, straordinario Austin Butler esegue personalmente alcuni brani del repertorio elvisiano, ma poi la colonna sonora vede e chiede la collaborazione di svariati artisti fra cui Eminem, Chris Isaak e anche i nostri Måneskin che interpretano la cover di If I Can Dream. Fra un concerto e l’altro, fra un brano e l’altro, la vicenda di questo ragazzo povero, figlio di una famiglia bianca che abita in un quartiere di neri, ammaliato fin da piccolo dal gospel e dal blues, si incrocia con la grande Storia: prima quella spensierata degli anni ’50, poi quella tragica dei ’60 e ’70. Ed ecco allora che nel delirio visivo del film trovano posto anche gli omicidi di Robert Kennedy, di Martin L. King e di Sharon Tate, ecco che sulla scena musicale appaiono i Beatles, ecco che ovunque esplode la contestazione giovanile. Ed Elvis sceglie di non stare a guardare: “Quando una cosa non la puoi dire, cantala”. E lui canta. Non può farne a meno. Canta fino alla fine, quando qualcosa di misterioso (forse la dipendenza dal successo e dall’amore delle fans…) lo porta via per sempre, a soli 42 anni. Parker gli è accanto sino alla fine. Forse ne determina la fine. Ma legato a lui da uno di quei rapporti che sono avvolti in un’aura di mistero quasi incomprensibile agli altri e a noi. Come dice lo stesso Parker di sé e di Elvis: “Siamo due strambi bambini soli in cerca dell’eternità”.