Come prima, la regia di Tommy Weber

ARTICOLO DI Gianni Canova

Come prima è una delle sorprese di questo scorcio di stagione: si fa apprezzare per la precisione con cui scava nella psicologia dei personaggi senza ricorrere a troppe parole ma anche e soprattutto per come utilizza il road movie per imbastire una riflessione non scontata e non banale

1957. Due fratelli originari di Procida si ritrovano dopo 17 anni di lontananza. Uno dei due, Fabio (Francesco Di Leva), ex-militare e fascista convinto, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale aveva lasciato il paese e la famiglia per andare a combattere nell’esercito del Duce senza più dare notizie di sé e ora il fratello minore André (Antonio Folletto), maestro elementare, comunista, lo va a cercare per convincerlo a tornare a casa e salutare per l’ultima volta il vecchio padre che sta morendo. Fabio si è nascosto in un oscuro angolo della provincia francese, dove vive di espedienti e arranca in un’esistenza priva di prospettive. André lo trova sul ring, mentre combatte senza guantoni, a mani nude, un violentissimo match per scommettitori clandestini.
Non potrebbero essere più diversi, i due fratelli. Fabio – collerico, rissoso, impulsivo – è un fascio di nervi, si accende per nulla, fuma in continuazione e mastica ininterrottamente un chewing-gum o uno stecchino. André invece è un uomo mite e gentile, rispetta le regole e odia risolvere le controversie o i disaccordi con il ricorso alla forza. I due intraprendono un viaggio verso Sud di più di 2000 km, dalla Borgogna passando per le Alpi giù giù verso il mare di Napoli, e durante il tragitto cominciano a conoscersi, a rispettarsi e forse perfino ad amarsi.
Tratto dall’omonima graphic novel del fumettista Alfred, con regia francese ma cast e produzione italiani, Come prima è una delle sorprese di questo scorcio di stagione: si fa apprezzare per la precisione con cui scava nella psicologia dei personaggi senza ricorrere a troppe parole ma anche e soprattutto per come utilizza il road movie per imbastire una riflessione non scontata e non banale, intima e quasi esistenziale, sulla Storia, sul passato che torna, e sulla divisione non solo ideologica ma forse perfino antropologica che caratterizza la società italiana.

Chiusi nel formato stretto dell’inquadratura come in un ring (che è il luogo in cui – come si diceva – il film non a caso prende le mosse), i due fratelli intraprendono un corpo a corpo fisico ed emozionale che li porta più volte, nel corso del film, a picchiarsi, a scontrarsi e poi a ritrovarsi. La macchina da presa sta addosso ai volti, isola i gesti, inquadra gli occhi tumefatti, rimbalza fra campo e controcampo, fa emergere solitudini, rancori e incomprensioni, dà forma al “male di vivere” che morde entrambi i protagonisti, mentre la regia evoca precedenti illustri del cinema italiano: quando Fabio e André si picchiano fino allo sfinimento per una lite scoppiata davanti a un passaggio a livello è quasi impossibile non pensare all’analoga rissa fra Rocco e Simone in Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti: qui come là i due fratelli hanno amato la stessa donna, e uno dei due – divorato da una visione possessiva e patriarcale – non lo tollera e pretende di punire il fratello per aver osato amare una donna che egli riteneva per sempre “sua”.
A movimentare il viaggio, la sceneggiatura (di Filippo Bologna, Luca Renucci e Tommy Weber) dissemina il percorso di personaggi bizzarri e curiosi: due mandriani generosi sulle malghe francesi, un prete ex-partigiano con un occhio di vetro (hanno quasi tutti problemi agli occhi, i personaggi del film…), un cane con solo tre zampe (metafora dell’amputazione che tutti i personaggi hanno subito), un camerata amico di Fabio che regala loro un carro funebre con tanto di bara a bordo per proseguire il viaggio.

Verso il finale i segni funerei si addensano (André fa l’ultima parte del viaggio chiuso nella bara) finché al capezzale del padre la regia abbandona del tutto le parole dei dialoghi e lascia che a parlare siano le mani, gli sguardi, i gesti, le lacrime e le carezze. Ancora una volta – dopo Nostalgia di Mario Martone – il cinema italiano torna a riflettere sul tema del ritorno: e il desiderio di ritrovare le proprie radici perdute e di seppellire il passato con una difficile riconciliazione è ben sottolineato dalla canzone che dà il titolo al film (Come prima, eseguita negli anni ’50 da Tony Dallara e Dalida), che i due fratelli canticchiano all’unisono e quasi sottovoce in automobile in quella che è forse una delle sequenze più belle del film.