Jurassic World – Il Dominio, la regia di Colin Trevorrow

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tensione/scioglimento della tensione/nuova tensione. Allarme/scampato allarme/nuovo allarme: la chimica delle emozioni funziona così, al livello più basico ma anche più universale. Le specie dei sauri si moltiplicano, il design zoofilo si sbizzarrisce nell’inventare nuove creature mostruose e il tripudio di bave, muggiti minacciosi e denti aguzzi è ininterrotto

Sono ovunque. Sulla terra, sottoterra, nei cieli. Sono nel mar dell’Alaska come sulle Dolomiti, a Malta come sulla Sierra Nevada, i dinosauri. Si nascondono nelle foreste ma penetrano anche nei vicoli stretti delle città antiche. E contendono agli umani il dominio sul mondo. È questa l’idea di fondo che sorregge l’ennesimo capitolo (il sesto) della saga giurassica iniziata nel 1993 da Steven Spielberg, a partire da un’impagabile intuizione narrativa di quel genio della pop culture e della narrativa a suspense che fu Michael Crichton. Dopo che nell’episodio precedente l’isola al largo del Costarica, dove tutto era iniziato, era stata violentemente distrutta da una devastante eruzione vulcanica, i bestioni giurassici sono dilagati nel mondo, complice ancora una volta l’avidità umana che in questo nuovo episodio assume l’identità della Biosyn, una multinazionale farmaceutica ad altissima tecnologia che lavora sul genoma e sul DNA per produrre creature geneticamente modificate.
Ma se in Jurassic World – Il regno distrutto la regia era stata affidata allo spagnolo Juan Antonio Bayona (già autore di The Orphanage e di The Impossible, con un curriculum molto vicino al gotico e all’horror), qui in cabina di regia torna Colin Trevorrow, che oscilla dall’inizio alla fine fra il desiderio di costruire una macchina ludica che erutti emozioni a getto continuo e la tentazione ricorrente di mettere in scena il caos. Due i filoni narrativi che si intrecciano: da un lato i “nuovi” protagonisti Owen (Chris Pratt) e Claire (Bryce Dallas Howard) cercano di salvare la loro figlia adottiva e il cucciolo della velociraptor Blue, rapiti dai mercenari al soldo della Biosyn; dall’altro i veterani Alan Grant (Sam Neill), Ellie Sattler (Laura Dern) e Ian Malcolm (Jeff Goldblum) tornano dal passato in una sorta di nostalgica reunion e investigano su alcuni strani incidenti che coinvolgono sciami di locuste preistoriche geneticamente modificate (guarda caso, proprio dalla Biosyn e dal suo mefistofelico CEO che sembra quasi la parodia – volontaria? – di Steve Jobs).

Una sola la regola di fondo: gonfiare, dilatare e reiterare al massimo gli effetti spettacolari, mescolando in modo ribaldo un po’ tutti i generi dell’avventuroso: così Chris Pratt che insegue a cavallo i dinosauri e li cattura con il lazo non può non evocare il western, l’irruzione del dinosauro nella foresta sembra la reincarnazione di Predator mentre gli inseguimenti dei dinosauri fra i vicoli di Malta (forse la sequenza più rocambolesca ed emozionante) fanno tanto James Bond in una qualsiasi avventura di 007. Qua e là qualche blando accenno di riflessione filosofica fa capolino (“Nella metafisica dell’identità, una copia può essere originale?”), ma nel complesso il racconto procede alternando continuamente, come nei movimenti cardiaci di sistole e diastole, i momenti di pericolo e i momenti di scampato pericolo, le minacce e le mosse dei personaggi con cui le minacce vengono neutralizzate.
Tensione/scioglimento della tensione/nuova tensione. Allarme/scampato allarme/nuovo allarme: la chimica delle emozioni funziona così, al livello più basico ma anche più universale. Le specie dei sauri si moltiplicano, il design zoofilo si sbizzarrisce nell’inventare nuove creature mostruose e il tripudio di bave, muggiti minacciosi e denti aguzzi è ininterrotto.
Il tutto però fa meno paura non solo del pilot della serie firmato dal genio di Steven Spielberg, ma anche della media degli altri episodi precedenti. Di fatto, Jurassic World – Il Dominio è un clone del franchise, un tentativo di far risorgere a freddo un epos che aveva fatto il suo tempo. Però il politically correct è assicurato: fateci caso, ogni minoranza è rappresentata, ogni etnia ha il suo campione in scena. E i cattivi in casa Biosyn – guarda caso – hanno tutti una cosa in comune. Lascio a voi indovinare cosa. Tutti i luoghi dell’avventuroso sono convocati o attraversati – dal lago ghiacciato al laboratorio sotterraneo alla foresta in fiamme – e la macchina per la produzione di spavento funziona a getto continuo, senza concedere mai di tirare il fiato. Del resto, non muore nessuno (tra i buoni, per lo meno), a conferma che il giocattolone fracassone vuole avere un effetto rassicurante e che i dinosauri ormai sono poco più che babau della nonna.