Nostalgia, la regia di Mario Martone

ARTICOLO DI Gianni Canova

È la nostalgia che lo morde? Forse sì. Ma anche qui nel senso etimologico: un mix di nòstos (ritorno) e àlgos (dolore). Un desiderio di tornare unito al dolore derivante dalla consapevolezza dell’impossibilità di farlo

“Derelitta”. Così Ermanno Rea definisce Napoli nella prima pagina del suo romanzo Nostalgia, da cui Mario Martone ha tratto l’omonimo film in concorso nei giorni scorsi al Festival di Cannes. Derelitta: cioè, etimologicamente, abbandonata (dal latino derelinquere). La parola evoca anche altri possibili significati (miserabile, emarginata, trascurata…), ma è bene soffermarsi sul significato primigenio, sul senso di abbandono subìto che essa trasmette.
Napoli è la città che il protagonista del film Felice Lasco (Pierfrancesco Favino) ha abbandonato da ragazzo dopo che un fatto tragico compiuto con il suo amico del cuore Oreste Spasiano (un gigantesco Tommaso Ragno) ha spezzato per sempre l’amicizia, le scorribande e i sogni innocenti e incoscienti della giovinezza. Ed è in questa città che Felice ritorna da adulto, con la scusa di assistere la vecchia madre morente, ma in realtà per ritrovare se stesso, il proprio passato, l’amicizia spezzata e il senso di quella sua fuga, di quel suo repentino abbandono.

Napoli – la Napoli del Rione Sanità, tutta costruita in verticale, labirintica e tentacolare, con le sue scale e le sue discese, le sue ringhiere, i muri scrostati, i palazzi corrosi e lebbrosi, le crepe, la ruggine, miseria e nobiltà fuse l’una nell’altra in un ventre oscuro e ribollente di vita – sembra quella di quarant’anni prima. “È tutto come un tempo, non è cambiato nulla, è incredibile!”, dice Felice Lasco al telefono con la moglie rimasta al Cairo (dove lui si è rifatto una vita e fa l’imprenditore). Eppure, in questa città casbah, dove il cielo collassa nel sottosuolo, dove gli odori si mescolano e galleggiano spessi nell’aria, dove la notte pulsa, i corpi fremono e i fantasmi dei morti sembrano emergere da ogni angolo – Felice non si ritrova. Caracolla per i vicoli seguito dalla macchina a mano (come caracollava il Caccioppoli di Carlo Cecchi in Morte di un matematico napoletano), rivisita i luoghi dell’infanzia, vaga a casaccio, rivive i momenti del passato che torna, ritrova perfino gli accenti dimenticati del dialetto partenopeo e li miscida con gli accenti arabeggianti della sua parlata attuale, eppure non ci si ritrova.

È la nostalgia che lo morde? Forse sì. Ma anche qui nel senso etimologico: un mix di nòstos (ritorno) e àlgos (dolore). Un desiderio di tornare unito al dolore derivante dalla consapevolezza dell’impossibilità di farlo. Anche perché Felice torna – di fatto – sul teatro di una tragedia. Prova a fare i conti con il ritorno del rimosso. E il montaggio di Jacopo Quadri è efficacissimo nel generare cortocircuiti tra presente e passato, come quando – ad esempio – alterna la lunga sequenza della corsa di Felice in sella a una Gilera rosso fiamma con le immagini di un’analoga corsa che Felice e Oreste, adolescenti avevano compiuto in sella a una moto ugualmente rossa. Ma il formato dell’immagine è diverso: panoramico nel presente, ristretto e quadrato nei flashback del passato. A significare che nulla torna identico, che le forme cambiano e che il passato non può tornare per lo meno nei modi in cui lo ricordiamo….
In realtà, Felice insegue un’illusione. Un miraggio creato dal dolore della separazione dal suo amico. Per questo lo cerca ostinatamente. Ma Oreste – che nel frattempo è diventato Malommo, e ha fama di essere il più crudele dei boss della Sanità – non ha alcuna voglia di far riemergere il passato. Avvolto nella sua tuta, con il cappuccio in testa, demoniaco quanto basta, vive recluso e potente, e si sottrae alla recherche dell’ex-amico. Sino al finale brusco e inatteso, non rivelabile, feroce come una coltellata nell’addome: Martone chiude come il romanzo di Rea iniziava. E la sua immagine finale ci rammenta che i ricordi distorcono, che il passato non torna, che la nostalgia è ingannevole e che di lei quasi sempre è bene diffidare. Anche quando è dolorosamente difficile farne a meno.