Settembre, la sceneggiatura di Giulia Steigerwalt

ARTICOLO DI Gianni Canova

C’è una delicatezza non comune nel modo in cui Giulia Steigerwalt tesse la tela della storia, orchestra i movimenti e costruisce i suoi personaggi, regalando a ognuno i suoi gesti connotativi, i suoi sorrisi, i suoi tic, il suo modo di parlare, di ridere, di camminare

L’imbarazzo e l’incastro. Sono questi due – mi pare – i tratti connotativi più originali della coinvolgente sceneggiatura che Giulia Louise Steigerwalt ha scritto per il suo esordio alla regia con Settembre, prodotto dalla Groenlandia Group di Matteo Rovere all’interno di Lynn, la divisione produttiva creata appositamente per realizzare progetti a regia femminile. L’imbarazzo è lo stato d’animo ricorrente che lega l’uno all’altro i tanti personaggi che affollano la scena. L’incastro è la modalità – quasi mai prevedibile, in ogni caso quasi sempre sorprendente – con cui la sceneggiatura li lega l’uno all’altro, incrociando vite e destini e svelando una rete di relazioni che si scopre solo gradualmente, a poco a poco.
L’imbarazzo è uno degli stati d’animo più difficili da rendere visivamente: la sceneggiatura di Giulia Steigerwalt ci riesce e lo fa traducendo in gesti, sguardi, sospiri e silenzi gli stati emozionali dei suoi personaggi. Imbarazzo è disagio. È disorientamento. È intoppo. È impaccio, soggezione e timore, ma può assumere maschere e forme sempre diverse. Ecco allora l’imbarazzo di una donna (Barbara Ronchi) che non capisce più il marito e cerca invano un contatto. Ecco il maturo ginecologo (Fabrizio Bentivoglio) mollato dalla moglie che cerca conforto negli incontri spesso solo verbali con una giovane prostituta croata appena maggiorenne. Ecco l’imbarazzo dell’affascinante quarantenne invaghita dell’amica che cerca a fatica il modo giusto per “tradire” il suo sentimento, per manifestarlo e farlo uscire fuori. Ed ecco ancora il ragazzino (figlio della donna che non capisce più il marito) che cerca di istruire la timida compagna di classe di cui è segretamente innamorato mostrandole come si infila un preservativo su un flaconcino di deodorante usato come surrogato fallico.

Tutti i personaggi soffrono la solitudine, tutti hanno voglia di tenerezza. A tutti la sceneggiatura regala un momento di epifania, di confessione, di bilancio esistenziale, di educazione sentimentale. All’inizio le singole storie sembrano irrelate, poi come in certi affreschi corali di un Robert Altman tutto si lega e le varie storie si incastrano l’una nell’altra, ogni personaggio entra in  relazione con gli altri e ad amalgamare il tutto è il tempo in cui si svolge la storia: settembre, mese sospeso come i destini dei personaggi, mese di passaggio fra l’estate e l’autunno, mese di storie che finiscono e di altre storie che ripartono. Esattamente come il film che da questo mese prende il nome.
C’è una delicatezza non comune nel modo in cui Giulia Steigerwalt tesse la tela della storia, orchestra i movimenti e costruisce i suoi personaggi, regalando a ognuno i suoi gesti connotativi, i suoi sorrisi, i suoi tic, il suo modo di parlare, di ridere, di camminare. Rispetto agli standard correnti della commedia italiana contemporanea, qui c’è davvero uno sforzo evidente di esplorare altri registri, in un mondo in cui amore e disamore convivono, e in cui lo spettatore è portato a condividere con i personaggi non la marginalità coatta, non la volgarità caciarona, non il melodramma della gelosia, ma il sentimento alto della difficoltà e della bellezza del vivere, assieme a quello della inevitabile fragilità dell’amare.