Darkling, il sound design di Kristian Eidnes Andersen

ARTICOLO DI Gianni Canova

Aiutato dal suono in presa diretta dell’italiano Francesco Morosini (il film è una coproduzione che vede anche la partecipazione dell’Italia, con alcuni nostri bravi attori, a cominciare da Flavio Parenti), Andersen disegna una partitura sonora dell’orrore che scuote i nervi e si insinua sottopelle. Non vediamo nulla, ma sentiamo tutto. E ciò basta a scuoterci e coinvolgerci

“Caro Presidente, mi trovo sotto il tavolo, è buio pesto e sono terrorizzata”. Comincia così, con la voce fuoricampo di Milica, la ragazzina protagonista immersa nel buio, lo straziante film del regista serbo Dusan Milic dedicato a uno degli eccidi meno noti e più dimenticati che sono seguiti alla lacerante guerra nella ex-Jugoslavia degli anni ‘90 del secolo scorso.
In Darkling siamo in Kosovo nel 2004, la guerra è finita da anni, ma intorno alla metà del mese di marzo gli estremisti albanesi scatenano una vera e propria caccia all’uomo nei confronti delle minoranze serbe rimaste nel paese. Darkling racconta la resistenza di una di queste famiglie, asserragliata in una casa isolata nel bosco, minacciata ogni notte da attacchi improvvisi che provengono da fuori per opera di “nemici” invisibili. La cosa interessante è che Milic racconta la guerra con gli stilemi del film horror, a partire dalla rivisitazione del topos della casa assediata che abbiamo già visto al cinema più e più volte, a cominciare dal leggendario La notte dei morti viventi di George A. Romero.

Il buio e l’oscurità sono i veri protagonisti, fin dall’incipit: lo schermo è ancora nero mentre ascoltiamo la voce della ragazzina che sta scrivendo una lettera al Presidente per chiedere aiuto. Ma attorno a lei c’è un vero e proprio concerto di rumori: il chiocciare delle galline, il muggito di una mucca, delle porte che sbattono, forse degli spari. Rumori indistinti e minacciosi che riempiono la notte di una tensione palpabile che immediatamente si impadronisce anche dello spettatore. Poi i rumori diventano urla strazianti. Sono umane o animali? Non si sa. Qualcuno, dentro la casa, sposta la tenda nera che copre la finestra. Entra un po’ di luce. L’uomo, il vecchio Milutin, esce fuori. Nevischia. Il bosco è freddo e inquietante. E davanti all’ingresso, tra il filo spinato con cui il vecchio ha recintato la casa, c’è il cadavere sventrato del vitello allevato nella stalla adiacente.

Il sound design curato da Kristian Eidnes Andersen (autore anche della colonna sonora, abituale collaboratore di Lars von Trier) riesce a rendere palpabile l’attesa e la paura: nella casa/tugurio l’anziano Milutin vive con la figlia e con la nipote Milica, gli uomini se ne sono andati da due anni, non si hanno loro notizie, probabilmente sono morti, ma Milutin non si rassegna, vuole restare lì ad aspettarli, nonostante i pericoli che ogni notte si addensano sulla casa.

Così ogni mattina un cingolato delle forze speciali della Nato con a bordo militari del contingente italiano passa a prendere Milica per portarla a scuola nel monastero ortodosso, assieme ai soli altri sei bambini serbi rimasti nella zona. I militari sono gentili e premurosi, cantano a squarciagola Vagabondo di Gianni Morandi per cercare di “normalizzare” l’orrore. Ma è sempre buio, nel Kosovo del marzo 2004. Buio e freddo. E appena cala l’oscurità, torna la paura.
Asserragliati in casa, Milutin e le sue due ragazze sentono sassi sul tetto, urla disumane, versi animali, e il rumore viscido di piedi che calpestano il fango. Non si vede mai il nemico. Ma questo lo rende ancora più inquietante e minaccioso. Chi c’è là fuori? E c’è davvero qualcuno o è tutto frutto di un’allucinazione.? Di un timore del pericolo che finisce per diventare pericolo reale? Rumori. Fruscii. Brusii. Colpi di martello di Milutin che continua a inchiodare assi alla finestra per barricarsi e rendere la casa inaccessibile. E poi la pioggia. I sibili del vento. I tuoni. I versi dei merli. Gli stridii delle cornacchie.

Aiutato dal suono in presa diretta dell’italiano Francesco Morosini (il film è una coproduzione che vede anche la partecipazione dell’Italia, con alcuni nostri bravi attori, a cominciare da Flavio Parenti), Andersen disegna una partitura sonora dell’orrore che scuote i nervi e si insinua sottopelle. Non vediamo nulla, ma sentiamo tutto. E ciò basta a scuoterci e coinvolgerci. Teso e disturbante, in bilico fra le riletture della storia in chiave fantasy di Guillermo Del Toro e certe suggestioni di Andrei Tarkovskij (da L’infanzia di Ivan, soprattutto), Darkling ci ricorda che le vittime di una guerra non sono solo i morti e che anzi anche chi sopravvive si porta la morte nel cuore e l’angoscia perenne per la barbarie e la ferocia a cui ha assistito.
Il finale di Darkling è davvero straziante: dopo il terrore e la paura, dopo il fuoco, dopo il rischio di soffocamento, il film chiude sul lunghissimo close up sul volto della ragazzina dodicenne che è sopravvissuta ma è come se fosse morta, mentre nella colonna sonora risuonano le note di un Padre nostro eseguito dalla cantante e musicista serba Divna Ljubojevic. Gli occhioni di Milica che forano il buio e ci guardano e ci interrogano, traumatizzati e increduli al tempo stesso, sono davvero un monito per tutti i potenti che nei loro deliri di onnipotenza dispongono a loro piacere e con cinica indifferenza delle vite della povera gente. Oggi come 20 anni fa. Come sempre nella Storia.