Spencer, i costumi di Jacqueline Durran

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tutto la costringe: lo sfavillante vestito bianco di organza e paillettes (l’abito di Chanel che appare anche in una delle locandine del film…) in realtà lo indossa a malapena, e quando l’ha indossato scappa in bagno e si acquatta sul wc per vomitare. Perfino le perle al collo la soffocano e lei se le strappa stizzita, incapace di sopportare che Carlo abbia regalato anche a lei lo stesso collier che ha dato in dono alla sua amante Camilla

Gli abiti come gabbia. Come costrizione. Come dispositivo di soffocamento della personalità. È questo il messaggio di fondo che trasmettono gli outfit scelti dalla costumista Jacqueline Durran per vestire Kristen Stewart nei panni di Lady Diana nel film Spencer diretto dal regista cileno Pablo Larrain (Jackie, Ema, Neruda). Una fiaba dark, è stato scritto. Un horror fantasmatico ambientato nel dicembre 1991 nella tenuta di Sandringham, dove la famiglia reale inglese si riunisce da sempre per festeggiare secondo un rituale rigido e antichissimo le feste di Natale.
Sono i giorni in cui la principessa sceglie di non diventare regina e matura la decisione di divorziare e di allontanarsi per sempre dalla famiglia reale. Lady D (Spencer, all’anagrafe…) a Sandringham ci arriva sola, alla guida della sua auto sportiva. In verità, si perde poco prima di arrivare al castello. “Dove cazzo sono?”, è la prima battuta che le sentiamo pronunciare. E mentre è lì, persa nella campagna inglese dove pure è cresciuta, gli abiti acquistano subito un ruolo protagonistico. Su uno spaventapasseri issato in mezzo al nulla Lady Diana riconosce una vecchia giacca consunta che era appartenuta a suo padre. D’istinto, lei rompe le regole, entra nel campo, sfila la giacca rossa impermeabile dallo spaventapasseri e la porta con sé, quasi a volersi riappropriare di quella sua identità originaria che il ruolo di principessa le sta facendo cancellare.

Per tutto il film, nel rigido rituale di corte scandito da regole quasi militaresche, sulle note dark e inquietanti della partitura scritta da Jonny Greenwood dei Radiohead, Diana sperimenta la carcerazione del ruolo: la veletta che le copre il viso quando indossa un cappotto rosso con cappello nero ben esprime questa idea di costrizione e coercizione, come se fra lei e il mondo qualcuno avesse steso una rete di protezione e di contenzione che tende a chiuderla nella sua gabbia dorata. Tutto la costringe: lo sfavillante vestito bianco di organza e paillettes (l’abito di Chanel che appare anche in una delle locandine del film…) in realtà lo indossa a malapena, e quando l’ha indossato scappa in bagno e si acquatta sul wc per vomitare. Perfino le perle al collo la soffocano e lei se le strappa stizzita, incapace di sopportare che Carlo abbia regalato anche a lei lo stesso collier che ha dato in dono alla sua amante Camilla.
Diana chiusa, Diana reclusa, Diana costretta. In un abito, in un cerimoniale, in un copione. “Ci sono sempre due te”, le dice il marito Carlo: quella privata e quella che deve sorridere a favore dei fotografi. Peccato che le due non coincidano mai. E Diana non sta più al gioco. Quando scopre che addirittura hanno cucito le tende del suo appartamento per evitare che da fuori la vedano (e per impedire che lei guardi fuori), Diana si procura un tronchese e squarcia la cucitura. Aria. Aria. Luce.

Pablo Larrain ancora una volta – come aveva già fatto in Jackie, dedicato a Jacqueline Kennedy – riscrive le regole del biopic, concentrando in due soli giorni (Natale e Santo Stefano) il destino di un’intera vita. E affida alla costumista Jacqueline Durran (8 nominations agli Oscar, due vinti per Piccole donne e Anna Karenina, candidata anche quest’anno per Cyrano di Joe Wright) il compito di fare della scelta degli abiti non un’operazione soltanto filologica ma un mood emozionale. Anche se nella realtà Diana ha iniziato a indossare Chanel soprattutto dopo il divorzio e l’allontanamento dalla famiglia reale (prima mal sopportava quel logo con la C, che le ricordava tanto il fedifrago Carlo quanto la sua rivale Camilla), la Durran sceglie e rivisita alcuni modelli Chanel sia perché la Maison è main sponsor del film e Kristen Stewart è uno storico volto della casa), ma anche perché Chanel aprendo i suoi archivi le consente di allestire attorno al corpo della principessa un guardaroba di assoluta bellezza e di indiscutibile glamour facendolo però entrare in rotta di collisione con l’emotività della principessa, che confessa in una delle scene più “vere” del film di avere dei gusti “da classe media” e di vivere quel lusso – appunto – come l’abito di scena di un copione che non si sente più di recitare.

Perché Spencer è alla fine un film sul potere: su come il potere pretende di colonizzare i corpi e le anime, di imporre tempi e gesti, di indurre le soggettività ad aderire ai ruoli previsti dal cerimoniale. La fiaba dark che Larrain scrive attorno a Diana diventa così quasi un ghost story, con il fantasma di Anna Bolena (decapitata dal marito Enrico VIII con l’accusa di adulterio, mentre l’adultero era lui) che viene a visitare i sogni di Diana e a offrirsi come termine di paragone della ferocia del potere regio e maschile. Il finale, non a caso, è affidato ancora una volta agli abiti: non riveliamo cosa fa Diana, come e perché (ricordate solo che il film dichiara fin dall’inizio di essere “una fiaba inventata a partire da una tragedia vera”), ma fate attenzione ai costumi. Addosso a Diana c’è l’impermeabile rosso del padre, mentre sullo spaventapasseri campeggia quasi grottesco l’abito giallo di haute couture che lei aveva indossato in una delle scene del cerimoniale. In questo scambio di abiti c’è il twist di una vita.