Licorice Pizza, la regia di Paul Thomas Anderson

ARTICOLO DI Gianni Canova

C’è tanto cinema, in Licorice Pizza. Tanto amore per il cinema. E non solo perché sia Gary sia Alana vogliono fare gli attori, o perché nell’ultima corsa finale si scontrano e finiscono l’una tra le braccia dell’altro davanti al cinema in cui si proietta Vivi e lascia morire con Roger Moore nei panni di 007, ma perché c’è un impalpabile gusto vintage, molto film-chic, che serpeggia in ogni immagine, secondo un modello lontanissimo dalla cinefilia di un Tarantino

Come se un fan americano di François Truffaut avesse voluto rifare American Graffiti ambientandolo però negli anni Settanta (nel 1973, per la precisione) invece che nel decennio precedente in cui si svolgeva il cult movie di George Lucas (uscito sugli schermi, per altro, proprio nel 1973). Si respira una strana aria da nouvelle vague, in questo piccolo gioiello dell’autore di Magnolia, Il petroliere e Il filo nascosto: come se Paul Thomas Anderson, con un occhio a Altman e l’altro a Richard Linklater, avesse alleggerito il suo cinema. Come se l’avesse liberato. Come se avesse trovato un’inedita gioia di girare, alimentata da un’energia nuova.
Al centro del racconto – episodico, rapsodico, frammentato – c’è la limpida e gioiosa storia d’amore fra il 15enne Gary (Cooper Hoffman, figlio dell’attore feticcio di Anderson, Philip Seymour Hoffman, brufoloso e sovrappeso, alle prese con le insicurezze ma anche con la sfacciataggine della sua età acerba) e Alana (Alana Haim), una ragazza di 10 anni più grande di lui, attratta ma al tempo stesso scettica e titubante di fronte a quel corteggiatore così insistente e logorroico. I due si incontrano per caso, nella giornata delle foto scolastiche: lei fa l’assistente del fotografo, lui è uno dei tanti teenager da fotografare. Mentre lui è in fila con la sua classe, in uno straordinario piano sequenza, lei gli passa accanto, lui la guarda e non la molla più.

Neanche la macchina da presa molla i suoi due personaggi, li segue, li avvolge, li accompagna. Lei offre a lui lo specchio in cui guardarsi (mai gesto fu più metaforico all’inizio di una possibile love story…), lui è come rapito da lei, la invita a cena, lei è perplessa, non vuole uscire con un quindicenne (“Bambino…!”, lo chiama), eppure qualcosa la attrae, vorrebbe e non vorrebbe, mentre lui insiste, si gira, la guarda, lei lo riguarda, e sulle note di July Tree di Nina Simone l’amore comincia a schizzare i suoi volubili disegni.
Per tutto il film i due corrono e si rincorrono. Uno verso l’altra, una contro l’altro, uno a fianco dell’altra. Corrono per avvicinarsi, per allontanarsi, per perdersi, per ritrovarsi. Corrono come Jules e Jim al Louvre in una mitica sequenza del capolavoro di Truffaut. Corrono a perdifiato sulle note di
But Tou’re Mine di Sonny & Cher, o corrono mentre la California resta a piedi e le auto in panne per la crisi petrolifera del’73, stavolta sulle note di Life on Mars? di David Bowie.

Ma attorno a loro, fra vendite di materassi ad acqua, flipper e sale giochi, Paul Thomas Anderson disegna altre tracce, altre scie, altre traiettorie. Come in un vecchio lp di vinile (“Licorice Pizza” era il nome di una famosa catena di negozi di dischi di vinile nella California dei Seventies…) a un brano ne segue un altro, pur all’interno del medesimo mood. E l’album/film finisce per essere una costellazione di storie che gravitano attorno alla main story di Gary e Alana. Ecco così Sean Penn che fa il divo macho patito di motociclette, strano ibrido fra William Holden e Steve McQueen. Ma ecco anche Bradley Cooper nei panni del sessuomane esagitato, virulento e spaccone che si spaccia per fidanzato di Barbra Streisand.

C’è tanto cinema, in Licorice Pizza. Tanto amore per il cinema. E non solo perché sia Gary sia Alana vogliono fare gli attori, o perché nell’ultima corsa finale si scontrano e finiscono l’una tra le braccia dell’altro davanti al cinema in cui si proietta Vivi e lascia morire con Roger Moore nei panni di 007, ma perché c’è un impalpabile gusto vintage, molto film-chic, che serpeggia in ogni immagine, secondo un modello lontanissimo dalla cinefilia di un Tarantino. Paul Thomas Anderson non colleziona citazioni, allestisce sensuali menù visivi con i profumi speziati del cinema del passato. Ma sempre in piena libertà. Senza vincoli. Senza regole troppo rigide, lasciando scorrere la vita sullo schermo. Giocando divertito o commosso con gli sguardi dei personaggi, con le loro aspettative, i loro pudori, le loro gelosie.
Non sono molti i registi che oggi saprebbero raccontare la nascita di un amore con questa libertà inventiva, ritmica e narrativa. Con questa capacità di far parlare gli sguardi e di renderli più eloquenti di tante parole. Come nella scena – una delle più toccanti del film – in cui lui la chiama al telefono spacciandosi per un possibile rivale. Lei corre, afferra la cornetta, ma sentendo dall’altra parte solo silenzio tace a sua volta, e aspetta. In quel momento, in quel silenzio, in quel tempo sospeso, in quel groviglio di attese, sospetti, speranze e rivalse che parlano dentro quel vuoto, Paul Thomas Anderson riesce ad andare molto vicino a cogliere davvero l’essenza dell’amore. E del cinema.