Illusioni perdute, la regia di Xavier Giannoli

ARTICOLO DI Gianni Canova

È davvero impressionante la modernità che Giannoli riesce a ricavare dal già modernissimo e lungimirante romanzo di Balzac, una di quelle opere-monstre (lodata tanto da Proust quanto da Sergej Ejzenstejn) che riescono con uno sforzo immane a restituirci un’immagine credibile della complessità del mondo

C’è un’immagine ricorrente nel meraviglioso film che il regista francese Xavier Giannoli ha tratto dal capolavoro di Honoré de Balzac Illusioni perdute: dal fuoricampo qualcuno getta una macchia d’inchiostro su un foglio di carta, l’inchiostro scivola sul foglio e si espande fino a cancellare o rendere illeggibili le parole che sulla carta erano scritte. Questa immagine – quasi un leitmotiv visuale, un ritornello iconico che scandisce i tempi del racconto – sembra cozzare con quanto la voce narrante ci aveva detto all’inizio del protagonista Lucien: “inchiostro, carta e amore per la bellezza” – ci era stato detto – sono le passioni che animano la sua vita. Lucien (figlio di un farmacista e di una nobildonna, ma condannato a portare il cognome plebeo del padre) ama l’arte e vorrebbe fare lo scrittore.
Prima, nella giovinezza sognante passata in provincia, ad Angoulême, invaghito di una baronessa che ricambia in segreto la sua focosa e clandestina passione d’amore – scrive versi vagamente bucolici dedicati alle margherite. Poi – dopo aver seguito la sua nobile amante nella capitale, e dopo che Parigi ha “sollevato la gonna per mostrargli la sua mostruosa nudità”, il giovane – scaricato da Madame, che si rende conto in fretta di come non le convenga farsi vedere in società con un goffo provinciale inurbato – perde l’innocenza e si accontenta di usare carta e inchiostro per arricchirsi (rastrellare, si dice in gergo) facendo il giornalista prezzolato che scrive e pubblica recensioni entusiastiche o stroncature feroci (di libri come di spettacoli teatrali) offrendo la sua penna al miglior offerente. L’inchiostro, insomma, non serve più a generare la bellezza o la poesia. Serve a macchiare la scrittura altrui. A corrompere la propria. A renderla inutile. A celebrare il funerale (nerissimo…) del giovanile amore per la bellezza.

Illusioni perdute è un grandioso, disincantato, ironico, sarcastico e appassionato apologo sulla potenza (e sulla falsità) delle parole. È ambientato nella Francia degli anni Venti dell’800, nell’età della Restaurazione post-napoleonica e post-rivoluzionaria, quando i nostalgici dell’Ancien Regime riprendono il potere e ristabiliscono finanche l’interdetto sulle relazioni sessuali fra esponenti di classi diverse, ma sembra voler descrivere e raccontare il nostro presente: stesso culto sfrenato del denaro come unica misura di valore, stesse dinamiche di un giornalismo che si nutre di gossip, menzogne e fake news (nel film le chiamano canard, anatre, perché svolazzano e schiamazzano come pennuti), perfino analoghe dinamiche politiche e di potere (“se andiamo avanti così – si dice – finisce che ci ritroviamo con un banchiere al governo….”).
È davvero impressionante la modernità che Giannoli riesce a ricavare dal già modernissimo e lungimirante romanzo di Balzac, una di quelle opere-monstre (lodata tanto da Proust quanto da Sergej Ejzenstejn) che riescono con uno sforzo immane a restituirci un’immagine credibile della complessità del mondo.
Viene in mente l’inarrivabile Barry Lyndon di Stanley Kubrick, seguendo la parabola di ascesa e caduta del vanesio, meschino e ambizioso Lucien (portatore di luce, suggerisce il nome, ma come anche Lucifero…) nel bel mondo della società parigina: entrambi arrivisti e arrampicatori sociali destinati al fallimento, usano gli strumenti del proprio tempo (le armi per Lyndon, le parole per Lucien) per cercare di affermarsi in un mondo che non è il loro (e che in fondo li usa ma non li accetta e non li vuole).

Le parole però nella Francia della Restaurazione sono – come tutto – vendibili e comprabili. E gli episodi sulla compravendita delle parole (strepitoso l’editore analfabeta, goloso di ananas, volgare e ignorante ma imbattibile nel far di conto di Gérard Depardieu) sono tra i più illuminanti e taglienti del film.
Qualunque opera si può distruggere, suggerisce il pragmatico Etienne all’ancora candido e ingenuo Lucien. E per convincerlo gli racconta l’aneddoto dei due critici in barca sul lago di Tiberiade che vedono Gesù mentre cammina sulle acque. Uno ne è ammirato e celebra la meraviglia del miracolo, l’altro lo liquida dicendo che Gesù, in fondo, non sa nemmeno nuotare. Questione di punti di vista. Ma la lezione di cinismo non si ferma qui. “Se una frase è tanto bella da sembrare Corneille – suggerisce ancora l’amico – puoi dire che ‘probabilmente gli è stata rubata’. Un libro è commovente? Lo definirai ‘sentimentale’. È classico? Allora è ‘accademico’. È divertente? Sarà ‘superficiale’. È intelligente? Scrivi ‘pretenzioso’. Se è ben strutturato, è ‘prevedibile’. E se proprio non c’è altro, ci si può appellare alla lunghezza: tutto è sempre troppo lungo!”.
Che può dire il critico di fronte a questa incontestabile parabola sulla relatività e l’inaffidabilità della critica in un mondo in cui tutto, ma proprio tutto, è in vendita (compresi gli applausi e i fischi, gli amori, le carriere, perfino i titoli nobiliari)?
Non si può dire nulla. Se non prendere atto della potenza di un film che rappresenta la vita come un perenne carnevale, come un gioco di maschere e di rapporti di forza, dove il talento e il merito contano poco o nulla, e vince sempre e solo chi cospira meglio, chi si vende meglio, chi si sa scegliere il padrone o il protettore più potente.
Nonostante i costumi ottocenteschi, Illusioni perdute in fondo parla di noi.