One Second, la regia di Zhang Yimou

ARTICOLO DI Gianni Canova

One Second mette in scena, insomma, non solo il pauperismo economico, ma anche la scarsità di immagini con cui nutrire l’immaginazione. E lo fa rendendo omaggio anche e soprattutto alla matericità della pellicola. Una delle scene più intense, non a caso, è quella in cui tutti gli abitanti collaborano per ripulire un rullo di pellicola arrivato al villaggio “attorcigliato peggio di un intestino”, impolverato e aggrovigliato in modo quasi irreparabile

Un uomo evaso da un campo di lavoro. Una ragazzina dai capelli ribelli, orfana di padre. Un rullo di pellicola in bianco e nero. Sono questi i tre protagonisti del nuovo film di Zhang Yimou, il celebrato regista di Hero e Lanterne rosse che dopo megaproduzioni internazionali con divi come Matt Damon e Christian Bale torna a misurarsi con una piccola storia semplice ambientata nella Cina degli anni Sessanta, nel pieno della Rivoluzione culturale maoista. Sia l’evaso sia la ragazza vogliono il rullo di pellicola: lei per costruirci un paralume di celluloide con cui proteggere la vista del fratellino piccolo, lui perché ha saputo che nel cinegiornale contenuto in quel rullo c’è un’immagine di sua figlia 14enne che non vede da molti anni. Come dire: lui vuole la pellicola per le immagini che vi sono impresse, lei per la sua trasparente matericità.
Come in Ladri di biciclette, con il rullo al posto della bici, la prima parte di One Second disegna una traiettoria di inseguimenti e fughe, furti e ritrovamenti, capitomboli e piroette degne della semplicità e della purezza di un film di Charlot. In un piccolo villaggio poverissimo, circondato dalle dune del deserto, l’evaso e la ragazzina finiscono per ritrovarsi nel grande edificio in cui un uomo che si fa chiamare Mr. Cinema cura le proiezioni delle poche pellicole che arrivano fin lì. Da Ladri di biciclette ci trasferiamo dalle parti di Nuovo Cinema Paradiso: e l’omaggio al cinema italiano è evidente nel modo appassionato con cui Zhang Yimou rappresenta e dà forma alla passione collettiva per il cinema, con tutti gli abitanti del villaggio che si affollano davanti al lenzuolo che fa da schermo, e giocano alle ombre cinesi prima della proiezione, e disegnano profili di corpi, scale e biciclette di grande suggestione visiva.

È una Cina povera, quella che si vede nel film. Poverissima. Una Cina che non deve essere piaciuta ai funzionari del regime cinese (dopo la proiezione al Festival di Berlino il film è stato ritirato dalla circolazione per “motivi tecnici”: si dice sempre così!). Zhang Yimou deve aver fatto qualche piccola modifica e ora il film esce anche sui mercati internazionali. La critica alla stupidità delle Guardie rosse e la rappresentazione della povertà restano. Ma la cosa più interessante è che gli abitanti del piccolo villaggio più che di pane sembrano aver fame di cinema. “Se riproiettassi il film da capo – dice Mr. Cinema all’evaso – resterebbero qui anche tutta la notte. Resterebbero a guardare qualsiasi cosa io proiettassi”.
One Second mette in scena, insomma, non solo il pauperismo economico, ma anche la scarsità di immagini con cui nutrire l’immaginazione. E lo fa rendendo omaggio anche e soprattutto alla matericità della pellicola. Una delle scene più intense, non a caso, è quella in cui tutti gli abitanti collaborano per ripulire un rullo di pellicola arrivato al villaggio “attorcigliato peggio di un intestino”, impolverato e aggrovigliato in modo quasi irreparabile. Con un rito che ha qualcosa di sacro, tutti si danno da fare per districare i nodi, lavare la pellicola, appenderla e poi asciugarla con movimenti lenti del ventaglio, in uno spazio ingombro di nastri di celluloide che producono sullo spazio un effetto quasi magico.

In realtà quello che interessa al padre evaso sono i pochi fotogrammi del cinegiornale in cui si vede la figlia sottoposta a sforzi immani in un granaio. Sono le immagini “educative” che il regime fa circolare anche negli angoli più sperduti della Cina. La figlia si vede un solo secondo. One Second: un secondo di immagini. Pochi fotogrammi. Ma in quel minimo intervallo temporale è rinchiuso l’affetto di una vita. La pellicola è questo, serve a questo: a conservare e riproporre ciò che è lontano, a far ritrovare ciò che è assente, a ripresentificare. Ma nel suo andare all’inseguimento ossessivo delle immagini, il padre evaso finisce per trasformare anche la propria vita. Il film, non a caso, finisce esattamente là dove era iniziato. Nel deserto. Sulle dune sferzate dal vento. Alla ricerca di un fotogramma perduto.
Ma se all’inizio c’era un individuo solo, ora ci sono un padre senza figlia e una figlia senza padre, uno accanto all’altra. La ricerca del rullo li ha fatti incontrare. Ha spiegato all’uno le ragioni dell’altra, e viceversa. E ora sono lì, vicini. Come se Zhang Yimou ci dicesse che il cinema, alla fine, si mescola sempre con la vita.