Il potere del cane, la regia di Jane Campion

ARTICOLO DI Gianni Canova

Bisogna saper guardare, altrimenti non si vede nulla. Jane Campion ci insegna a farlo: tutto costruito sull’alternanza fra interni in penombra e esterni luminosi e infiniti, fra campi lunghissimi e primissimi piani, Il potere del cane dispiega una narrazione stratificata e complessa, dove l’incandescenza sfuggente del materiale narrativo viene ordinata da una regia rigorosa che sceglie di rinchiudere il visibile dentro cornici rettangolari o quadrate.

“Dopo la morte di mio padre non volevo altro che la felicità di mia madre. Che uomo sarei mai se non aiutassi mia madre? Se non la salvassi?”. Comincia con queste parole pronunciate fuori campo – su un arpeggio di chitarra – dal figlio della protagonista Rose (Kirsten Dunst) il nuovo film di Jane Campion, premiato a Venezia con il Leone d’argento.
È bene ricordarlo: il punto di vista a partire dal quale è narrata la storia è quello di un adolescente che si propone di “salvare” la madre dopo che questa è rimasta vedova. Come dire: il film non è solo la storia della rivalità fra due fratelli allevatori, Phil (Benedict Cumberbacht) e George (Jesse Plemons), co-proprietari di un ranch nel Montana del 1925. Non è solo la storia di un uomo (Phil) che odia il fratello (George) e vorrebbe emulare Caino senza però avere né la forza né il coraggio per farlo. È prima di tutto la storia di un figlio che vuole salvare la madre. Questa, rimasta vedova, viene corteggiata e poi frettolosamente sposata da George, il meno affascinante ma anche il più mite e gentile dei due fratelli. L’altro fratello – il macho che non si lava mai, omofobo, burbero e misogino – non sopporta l’irruzione nel ranch di questa presenza femminile accompagnata da un ragazzino effeminato (quello che pronuncia le parole dell’incipit). E allora comincia a sottoporre la donna a piccole sadiche feroci torture psicologiche. Fischi. Sguardi. Cattiverie. Anche nel passato di Phil c’è un lutto: la morte di Bronco Henri, il suo mentore, quello che gli ha insegnato a castrare le bestie, a domare i cavalli, a essere un “vero” uomo.

Due lutti, due conflitti. E poi l’inconscio: che serpeggia e affiora e ringhia in questo strano western femminile girato in Nuova Zelanda, fra colline che rivelano – a chi le sa guardare – il profilo di un cane. “Cos’è che ci vedi lassù, Phil? Ci vedi qualcosa lì?”. E Phil, laconico: “Se non lo vedi, non c’è niente!”. Già: bisogna saper guardare, altrimenti non si vede nulla. Jane Campion ci insegna a farlo: tutto costruito sull’alternanza fra interni in penombra e esterni luminosi e infiniti, fra campi lunghissimi e primissimi piani, Il potere del cane dispiega una narrazione stratificata e complessa, dove l’incandescenza sfuggente del materiale narrativo viene ordinata da una regia rigorosa che sceglie di rinchiudere il visibile dentro cornici rettangolari o quadrate.
Fin dall’inizio vediamo dall’interno della casa, attraverso finestre aperte, Phil che cammina all’esterno, fiero e altero, in un piano sequenza che ricorda l’immagine iconica di Sentieri selvaggi. Ma poi è dal riquadro senza vetro di una porta che comunicano Rose e George, e cornici geometriche appaiono in continuazione (stipiti di porte, finestre, ringhiere di scale) a cercare invano di mettere ordine e razionalità in una vicenda che si svela diversa da quella che pensavamo che fosse, e dove i ruoli si scoprono opposti a quelli che all’inizio si poteva supporre.

Affascinante e complesso, ipnotico e spiazzante, il film rivela solo alla fine quello che ci ha raccontato: pensavamo di assistere a una storia, e invece abbiamo assistito all’inveramento della frase iniziale. L’ultima inquadratura, non a caso, ci mostra il figlio che dall’alto, di notte, spia la madre che bacia il marito. Accanto ai due coniugi c’è una fontana di forma circolare: per la prima volta una circonferenza irrompe in un mondo dominato dagli angoli retti. Solo lì, nel finale, gli spigoli si smussano, le rette diventano curve, la morbidezza prende il posto della durezza e della rigidità. Ma per arrivare a questo è stato necessario passare dentro la crudeltà che poco prima si è dispiegata e che non possiamo rivelare.
Possiamo però ammirare la bellezza di un film che ha il pregio di non rivelare subito (e forse anche di non rivelare a tutti) il suo segreto, e di lasciarci lì, fra mandrie e muggiti, mosche e veleni, corde intrecciate e mani insanguinate, a contemplare un paesaggio che sovrasta i personaggi, e a meditare su un passo della Bibbia che contiene il titolo del film, e a interrogarci sul rapporto fra il capolavoro della Campion, Lezioni di piano, e il pianoforte che qui Rose non riesce a suonare. “Ho suonato solo al cinematografo”, si giustifica. Ma il duetto in cui lei è seduta al piano e cerca di suonare incalzata e molestata da Phil che ripete le sue note con gli accordi invadenti del suo banjo è una delle scene più belle e potenti che si siano viste al cinema in questa stagione.