Ai confini del Male, la fotografia di Davide Manca

ARTICOLO DI Gianni Canova

La fotografia di Manca imprime al film una fortissima traccia identitaria: e alla fine ti resta nella memoria soprattutto una sensazione luministica, una pastosità cromatica, e ti rendi conto come sia la luce ancor più che la trama ad averti dato la sensazione di aver oltrepassato i confini del Male

 

A volte hai come la sensazione di esserti infilato dentro un incubo di William Friedkin o di David Fincher: stessa luce malata, stessi colori sporchi, analoga percezione di un mondo insidiato irrimediabilmente dal male.
Ambientato nell’immaginario paesino di Velianova, fra il bosco e il fiume, Ai confini del male di Vincenzo Alfieri è un thriller italiano che si confronta senza complessi di inferiorità con le atmosfere inquietanti di un certo thriller americano: merito, anche, della fotografia di Davide Manca, che lavora sulla luce naturale e su immagini dalla grana opaca per cercare di mettere in scena la follia che abita la testa dei due protagonisti, due carabinieri dal carattere opposto ma complementare: l’ex-capitano Fabio Meda (Edoardo Pesce), collerico irascibile compresso e sessuomane (lo chiamano “cane pazzo”) e il Capitano Rio (Massimo Popolizio), che invece si presenta come attento, disciplinato, ragionevole e responsabile. Entrambi lavorano su un terribile caso di cronaca: durante un rave notturno nel bosco un ragazzo e una ragazza sono scomparsi. Probabilmente qualcuno li ha rapiti. Qualcuno che aveva già colpito la piccola comunità anni e anni prima. Qualcuno che ora ritorna. Anche se stavolta pare abbia rapito la persona sbagliata: il figlio del Capitano Rio.

Mentre la sceneggiatura scivola e galleggia nell’ambiguità, e inchioda lo spettatore impedendogli di acquisire qualsivoglia certezza rispetto alla storia che lo sta divorando, Davide Manca aggiunge ulteriore tensione attraverso, ad esempio, un uso frequente di plongées, inquadrature a filo di piombo dall’alto, non solo per visualizzare le botole o le celle in cui sono sequestrati i ragazzi rapiti, ma anche durante la colluttazione in sottofinale fra i due antagonisti che si ritrovano l’uno a fianco all’altro, con il volto tumefatto e insanguinato, mentre nella colonna sonora va Heroes di Peter Gabriel. Sono tutt’altro che eroi, i due protagonisti del film: entrambi alle prese con un segreto sepolto nel passato, il confine del Male l’hanno oltrepassato tutti e due più di una volta e ne sono rimasti profondamente segnati.
Davide Manca li tallona da vicino, con primi e primissimi piani che sembrano voler spremere dai volti l’indicibile che si portano dentro, e poi li perde tra i chiaroscuri di un paesaggio che sembra a sua volta malato e sospeso.

Toni cupi, tetri, viscidi, l’acqua del fiume verdastra come le foglie degli alberi del bosco che dal fiume viene attraversato, e poi i colori terra e fango e ruggine e melma nelle immagini sulla cella in cui è stata segregata la ragazza rapita, o l’aria fosca e grigiastra nella sequenza in cui l’auto esce di strada e finisce sul bordo del fiume.
Girato nelle campagne di un Lazio che in certi momenti sembra la Louisiana di True Detective, e con un’ambientazione prevalentemente diurna che rompe la convenzione del thriller come genere d’elezione notturno, Ai confini del Male ci consente di affacciarci sull’orlo dell’abisso in cui a volte sprofonda l’umano: e la fotografia di Manca – che aveva già lavorato con Alfieri anche nei precedenti  I peggiori  e Gli uomini d’oro – è efficacissima (anche sul piccolo schermo della pay tv) nel rendere visibile il malessere che corrode non solo le anime dei personaggi ma anche il mondo che li circonda e in cui recitano ognuno il proprio copione di ambiguità e di falsità, sino alla rivelazione finale che lascia tutti a bocca aperta.
Con un uso accorto del fuori fuoco, dei controluce e del buio in cui a volte annega le immagini, la fotografia di Manca imprime al film una fortissima traccia identitaria: e alla fine ti resta nella memoria soprattutto una sensazione luministica, una pastosità cromatica, e ti rendi conto come sia la luce ancor più che la trama ad averti dato la sensazione di aver oltrepassato i confini del Male.