3/19, la sceneggiatura di Silvio Soldini, Doriana Leondeff e Davide Lantieri

ARTICOLO DI Gianni Canova

Soldini e i suoi sceneggiatori hanno il coraggio di scegliere storie incompiute che, inseguendo personaggi alla ricerca di qualcosa che non si trova, riescono a rendere visibile e palpabile l’anima di chi cerca

Bisogna prestare attenzione ai titoli. Quello del nuovo film di Silvio Soldini (3/19), enigmatico e misterioso, per nulla denotativo, perfino poco evocativo, non offre al pubblico nessun appiglio immediato, nessun ancoraggio a un genere, a un personaggio, a una possibile idea di storia. È lì: come un rebus sulla soglia del film, a indicarci che è con qualcosa di criptico che avremo a che fare. Nel corso del racconto veniamo a sapere che 3/19 è il codice che all’obitorio di Milano (dove è ambientata la storia) viene assegnato ai cadaveri non identificati: il 3 indica il numero progressivo, il 19 l’anno del decesso. 3/19 indica dunque un morto. Non solo: un cadavere senza nome e senza identità. Un invisibile deceduto. Un clandestino, nella vita come nella morte.

Se i titoli servono a qualcosa, così come Madame Bovary di Flaubert o France di Bruno Dumont indicano senza ombra di dubbio chi è la protagonista del romanzo e del film, allo stesso modo 3/19 ci dice che protagonista del film non è una donna (l’avvocata Cammilla Corti, interpretata da una bravissima Kasia Smutniak) bensì l’oggetto della sua quete: un cadavere.

Come già L’avventura di Antonioni (che di Soldini è da sempre il maestro indiscusso e il nume tutelare), anche 3/19 è un viaggio alla ricerca di qualcuno scomparso. Per la verità qui gli scomparsi sono due: il ragazzo che guidava il motorino che in una notte di pioggia ha investito l’avvocata a un incrocio nel centro di Milano, e che è fuggito via urlando qualcosa in arabo subito dopo l’incidente, e il suo compagno che invece è caduto a terra, ha picchiato la testa sull’asfalto ed è morto sul colpo per un’emorragia cerebrale dovuta a trauma cranico. Camilla, che ha riportato solo una lussazione al braccio sinistro, è sotto shock: l’incidente la induce a rivedere la sua vita e a rimettere in discussione le certezze su cui l’ha fondata. Ma per farlo sente il dovere etico di dare identità e sepoltura al morto e di ritrovare l’altro ragazzo fuggito nella notte. Era rosso o verde il semaforo all’incrocio che lei stava attraversando quando è stata investita? Lei non lo ricorda, e non lo ricordiamo neppure noi spettatori. Ambiguità. Irresolutezza. Dubbio. Incertezza.

Le cifre espressive del cinema di Soldini vengono cucite insieme in una sceneggiatura di indubbia eleganza, con il personaggio di Camilla che – in bilico fra senso di colpa e urgenza di riparare un danno – intraprende una doppia ricerca, tra obitori, cimiteri e commissariati. Ricerca necrofila, ha scritto qualcuno. Anche no. Camilla ricerca l’identità di un morto per dare senso e dignità alla vita. E Kasia Smutniak è bravissima – nei suoi abiti Giorgio Armani, e nel suo appartamento di lusso sui tetti di Milano, da cui non si vede mai la vita che scorre giù in strada – a dare corpo e voce a una crisi esistenziale che è davvero degna di un film di Antonioni.

Bisogna riconoscerlo: Soldini è uno dei pochissimi cineasti italiani che sanno filmare, nell’Italia di oggi, le crisi identitarie della borghesia, in una Milano che pochi altri sanno rendere con analoga verità e intensità. Cinema borghese, cinema del disagio, cinema del malessere: di fronte a una cinematografia spesso impantanata nel provincialismo, nel localismo, nel pezzentismo, Soldini e i suoi sceneggiatori hanno il coraggio di scegliere storie incompiute che, inseguendo personaggi alla ricerca di qualcosa che non si trova, riescono a rendere visibile e palpabile l’anima di chi cerca. Tra primi e primissimi piani, e lunghe riprese di spalle con la macchina a mano, la Camilla di Kasia Smutniak è uno di questi personaggi.

 E il finale è un omaggio evidente all’epilogo – ancora e sempre – di L’avventura: là Monica Vitti appoggiava la mano sulla nuca di Gabriele Ferzetti, entrambi ripresi di spalle davanti al paesaggio dell’Etna, qui Soldini inquadra di spalle un uomo e una donna le cui mani si sfiorano di fronte alla bellezza di un paesaggio naturale. Finale aperto. Finale enigmatico. Finale senza certezze. Come si conviene a un cinema che – finalmente – pone domande invece di pretendere di darci risposte.