Il bambino nascosto, la recitazione di Silvio Orlando

ARTICOLO DI Gianni Canova

Solo un attore in stato di grazia, e nel pieno di una maturità artistica intimamente risolta come Silvio Orlando poteva dar vita a un personaggio come il maestro Santoro: Orlando lo incarna con un’adesione commovente, e con quell’arte del recitare che è tanto più grande ed efficace quanto meno esibisce o ostenta sé stessa.

La prima cosa che gli vediamo fare è sollevare il bordo della tenda che copre la finestra e spiare quel che accade giù in strada. Gabriele Santoro, maestro di pianoforte, vive così. Spia la vita invece di viverla. Nascosto, solitario, riservato, da anni ha lasciato la casa e la famiglia borghese al Vomero per nascondersi nei Quartieri spagnoli, in una delle zone più povere di Napoli, una di quelle in cui la camorra domina incontrastata. E lì, acquattato nella penombra del suo appartamento, dà lezioni di pianoforte, va in tram al Conservatorio e tiene ben nascosta la sua omosessualità. Una vita piana, senza scosse, quasi senza emozioni. Finché un giorno non gli irrompe in casa uno scugnizzo figlio di un camorrista che abita nel suo stesso palazzo: il ragazzino e un amico hanno scippato una donna “intoccabile”, moglie di un boss, e ora – secondo la legge spietata della criminalità organizzata – deve pagare con la morte – e con l’assenso del padre, prigioniero della medesima logica – la “colpa” commessa. Santoro decide di accoglierlo e proteggerlo. Di nasconderlo. Di far fare anche al ragazzino la “vita nascosta” che lui fa da sempre. E lo fa assumendosene la responsabilità. Solo un attore in stato di grazia, e nel pieno di una maturità artistica intimamente risolta come Silvio Orlando poteva dar vita a un personaggio come il maestro Santoro: Orlando lo incarna con un’adesione commovente, e con quell’arte del recitare che è tanto più grande ed efficace quanto meno esibisce o ostenta sé stessa. La sua recitazione, sotto la direzione di Roberto Andò, è fatta di piccoli gesti, di dettagli, di sguardi. Osservate anche solo la naturalezza con cui appoggia la giacca sullo schienale della sedia e poi si allontana con le spalle leggermente ricurve, infilandosi le mani nelle tasche, lungo il corridoio che è il vero elemento distributivo dello spazio nel suo appartamento. Senza le spalle ricurve a quel punto, né di più né di meno, il maestro Santoro sarebbe stato un altro personaggio. Senza quegli sguardi nascosti e ripetuti dalla finestra sulla vita che scorre e ribolle nella piazzetta sottostante Santoro non sarebbe stato lo stesso. Soprattutto non lo sarebbe stato senza quella straordinaria economia di sguardi che con variazioni al limite dell’impercettibile disegnano sul volto dell’attore le emozioni e gli stati d’animo del personaggio: stupore, candore, sorpresa, incredulità, tenerezza, apprensione, disagio. Accompagnato da splendide sonate al pianoforte (da Beethoven a Schumann a Ligeti), nelle luci tenui e nella penombra della fotografia di Maurizio Calvesi, il maestro Santoro sembra a tratti una versione contemporanea e partenopea dell’“uomo senza qualità”: un ordinary people che osserva la vita da fuori e che a un certo punto si ritrova costretto a vivere e ad agire invece che limitarsi a osservare. Così mentre nella prima parte del film dominano – nei gesti e negli sguardi – la semiotica del disagio e la prossemica della discrezione (pensiamo anche solo a come sbriciola la fetta di pane mentre è al ristorante con il fratello magistrato che gli chiede di non cercarlo mai più, o a come muove le labbra per recitare le poesie di Kavafis mentre si fa la barba, o al gioco di sguardi muti nella scena al commissariato di polizia), nella seconda parte, quando il Maestro passa all’azione, Orlando comincia a praticare il registro del grottesco (quando imita Totò, o gioca con il ragazzino a imitare i versi degli animali) ma sempre facendo in modo che il personaggio resti quello che è: perplesso, dimesso, incredulo, disincantato. In un film in cui la regia di Andò regala immagini, inquadrature e movimenti di macchina di toccante bellezza (per tutti, il piano sequenza sulla facciata del palazzo, che connette senza stacchi, con movimenti ortogonali, la finestra del protagonista, l’atrio, le scale via via fino alla terrazza dove – sia pure fuoricampo – un uomo viene ucciso), Orlando prende su di sé l’onere di una narrazione che trova nel suo volto e nel suo corpo il crisma dell’autenticità. Così, dopo una vita passata nascosto nel buio, il personaggio si congeda da noi all’aperto, in riva al mare: è all’aria aperta e nella luce che il personaggio ritrova finalmente, forse, la voglia di vivere. Lasciandoci però con il sospetto che valga anche per il film e per la storia di cui è stato protagonista quello che il vecchio padre magistrato (interpretato da un sublime (Roberto Herlitzka) gli ha detto di ciò che resta alla fine di un processo: “un sentimento infinito di pietà per le miserie umane”.

 

Kavafis

E se non puoi la vita che desideri, cerca almeno questo,
per quanto sta in te, non sciuparla nel troppo commercio con la gente,
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro in balìa
del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti
fino a farne una stucchevole estranea.