Freaks Out, la regia di Gabriele Mainetti

ARTICOLO DI Gianni Canova

Smisurato, eccessivo, ucronico come Bastardi senza gloria, politico come i fantasy di ambientazione storica di Guillermo Del Toro e Alex de la Iglesias, rutilante e pirotecnico, ma anche a tratti delicatamente magico e onirico, Freaks Out sa come fare festa agli occhi, ma anche come nutrire la mente e il cuore

Se siete fra quelli che al cinema cercano soltanto la riconferma di ciò che già pensavano o sapevano o la riproposizione di ciò che già avevano visto o apprezzato, state lontani da Freaks Out. Vi spiazzerebbe. Ma anche se siete alla ricerca dell’Autore maître à penser, che pensosamente distilli per voi le sue verità assolute sui destini ultimi dell’Universo Mondo, è bene che fuggiate a gambe levate: Freaks Out le ideologie e le verità assolute le strapazza e le rovescia.
Se invece al cinema cercate stupore, invenzione, scompiglio, rischio ed energia, allora correte a vedere Freaks Out. Se avete voglia di vedere un’opera coraggiosa, che vola alto sulle miserabilia di tanto cinema italiano, e che scavalca i pezzentismi estetici e le bellurie svenevoli e i feticismi realistici e le ossessioni di verosimiglianza per puntare su una sospensione dell’incredulità che mescola Roma città aperta e Il Mago di Oz, e che crea supereroi disallineati ma più veri e meno dopati di quelli hollywoodiani, allora Freaks Out è il film imperdibile di questa stagione.

Come descriverlo? Come definirlo? A me sembra un esempio riuscito e perfino commovente nella sua generosa passione cinéphile di cinema sperimental-popolare: cioè un film che fa ricerca, che ibrida generi e registri, che fa continui esperimenti fonico-ritmici, che apre strade inesplorate, che usa con coraggio tecnologie e teorie anche complicate riuscendo però a conservare sempre un’anima genuinamente popolare e capace di dialogare anche e soprattutto con il pubblico di massa.

Come già in Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti e il suo fido sceneggiatore Nicola Guaglianone amano i personaggi disallineati, gli outsider, i drop out: qui sono i quattro freaks che hanno trovato nel circo il guscio protettivo che tutela la loro diversità (uno è talmente peloso da sembrare un licantropo, l’altro è un albino che doma gli insetti, il terzo è un nano il cui corpo è una sorta di calamita di carne, l’ultima è una ragazza elettrica che accende le lampadine infilandosele in bocca). Quando però il loro circo viene distrutto da un bombardamento – siamo a Roma nel 1943 – e il suo proprietario (nonché loro padre simbolico) Israel viene catturato dai nazisti e caricato su un treno in partenza per i lager del Terzo Reich i quattro non possono che andare alla ricerca del padre perduto, in una quete che forse li porterà, alla fine, a superare la loro linea d’ombra e a diventare grandi.

I supereroi della Marvel grandi non lo diventeranno mai, sono condannati ad essere in eterno quello che sono, statici, incapaci di evoluzione, paralizzati in un eterno presente che ha solo storie, ma non conosce la Storia. I “Fantastici Quattro” di Mainetti invece proprio interagendo con la Storia (quella grande, quella che cambia il mondo oltre che le vite e i destini individuali) vivono il loro romanzo di formazione, crescono e diventano adulti.

Mainetti è bravo. Mostruosamente bravo. Guardate anche solo la lunga scena di guerra del finale: avete mai visto in Italia qualcuno capace di filmare la guerra così? Quattro punti d’azione, montaggio frenetico, scene di massa, mitragliatrici ed esplosioni, salti spaziali acrobatici, punti di vista impossibili. E poi ritmo, ritmo, ritmo. Roba che neanche Robert Aldrich….

Smisurato, eccessivo, ucronico come Bastardi senza gloria, politico come i fantasy di ambientazione storica di Guillermo Del Toro e Alex de la Iglesias, rutilante e pirotecnico, ma anche a tratti delicatamente magico e onirico, Freaks Out sa come fare festa agli occhi, ma anche come nutrire la mente e il cuore. Perché contrapponendosi all’altro freak protagonista del film – l’ufficiale tedesco con sei dita, che nasconde e tutela la sua mostruosità interiore non solo sotto il guscio protettivo del circo che dirige ma anche indossando svastica e divisa nazista – i freaks di Mainetti e Guaglianone finiscono per stare dalla parte giusta: cioè dalla parte di chi combatte ogni fanatismo e accetta le imperfezioni e le diversità. Le proprie come quelle degli altri. Nella Storia, nella vita e finanche nei film.