France, la recitazione di Léa Seydoux

ARTICOLO DI Gianni Canova

Non è nuova la critica al sistema dei media orchestrata da Bruno Dumont. Altri film e altri autori l’avevano già fatta, anche con più radicalità. Ma qui la differenza è Léa Seydoux

Primo piano sul volto di France. I grandi occhi celesti, sulle labbra sempre troppo rosse divorano lo schermo. La macchina da presa è ferma su di lei, o stringe leggermente. Camera look. France ci guarda. A lungo. Più del necessario. Questo gesto ripetuto, questa interpellazione insistita, è il segno di interpunzione che scandisce il ritmo emozionale dell’ultimo film di Bruno Dumont.

France, interpretata da una superba Léa Seydoux, è la più famosa star del giornalismo televisivo francese. Ogni sera in Tv manipola la realtà e la trasforma in finzione. In messinscena. Spavalda, narcisa, sorridente, riempie i monitor televisivi con la sua immagine, perennemente in onda. Anche quando lancia i servizi che ha realizzato nelle zone di guerra – nel Sahel o su un barcone di migranti nel Mediterraneo – lei non documenta l’accaduto ma mette in scena una drammaturgia. Prima, nei teatri di guerra, obbliga i guerriglieri sotto le bombe a mettersi in posa come figuranti, poi in studio scatena lo spettacolo dell’odio fra gli ospiti che invita e mette in scena se stessa che recita la finzione della reporter nei luoghi in cui la realtà implode nella tragedia. Certo: la tragedia riscritta ad usum mediatico rischia di diventare grottesca, ma a France non importa. Lei è capace di ridere perfino di fronte a Macron. Quel che conta per lei è la fama. Il successo. La notorietà. È perdersi nell’occhio della telecamera.

E tuttavia. Tuttavia qualcosa si incrina. Qualche certezza scricchiola. Soprattutto quando lei subisce – in una sorta di dantesco contrappasso mediatico – quello che aveva sempre fatto subire agli altri: sentirsi trasformata in oggetto per far crescere l’audience o le copie vendute. Un giorno, alla guida della sua auto, France si distrae e investe involontariamente un povero rider maghrebino. Subito i media le piombano addosso come sciacalli. “La star pirata della strada”, titolano i magazine popolari con ghigno da sanguisughe. E lei non regge. Cerca maldestramente di riparare il danno. Paga un indennizzo alla famiglia del ragazzo investito. Ma non basta. France si sente in colpa. Cade. Cede. Decide di mollare la Tv. Ma lo fa con un altro sublime coup de théatre, annunciando il suo addio in diretta, perfetta sintesi di verità e finzione, di autenticità che si fa ancora e sempre spettacolo e messinscena. Cade e risorge almeno tre volte, France, nel corso del film.

La terza volta dopo un incidente molto più tragico e drammatico, filmato un po’ a sorpresa come in un action hollywoodiano. E sempre Dumont intervalla il carsico percorso emozionale della sua attrice con i camera look in primo piano di cui dicevamo all’inizio. France ci guarda all’uscita di un ricevimento, fasciata in abito bianco lungo e con i capelli biondi raccolti in uno chignon hitchcockiano alla Vertigo, ma ci guarda anche quando lascia la Tv, e ancora sulla panchina nel parco dopo che ha regalato lo scooter al rider investito (e lì guarda in alto, con gli occhi lucidi, e per un attimo abbassa anche le palpebre) e ancora ci guarda nel caffè parigino dopo aver scoperto l’inganno del suo amante occasionale, e dopo aver sbattuto l’amante fuori dalla sua auto, ripresa dal basso, con il volto incorniciato nella circonferenza del volante. La penultima volta lo fa quando per un errore la regia manda in onda i commenti di studio durante la diretta e lei si sente travolta dal panico.

Ma anche stavolta non importa. Come le dice la sua assistente: “È di questo che sono fatte le icone, di fango. La gente ti detesterà e poi ti adorerà. In fondo è la stessa cosa”. Come dire: nel sistema dei media e dei social il peggio è il meglio. Non è nuova la critica al sistema dei media orchestrata da Bruno Dumont. Altri film e altri autori l’avevano già fatta, anche con più radicalità. Ma qui la differenza è Léa Seydoux.

È lei che dà profondità e autenticità a un personaggio dall’ego smisurato, lei che si sente soffocare in una casa sepolcro, tutta penombra e marmi neri, lei che galleggia in una relazione anaffettiva tanto con il marito quanto con il figlioletto, lei che piange facilmente per se stessa illudendosi per prima di piangere per il Male del mondo, lei infine che continua a guardarci e interpellarci. Perché lo fa? Cosa cerca? Cosa chiede? Ci chiama in causa? Ci dice che siamo suoi complici? Che siamo anche noi come lei? La risposta forse è nell’ultima camera look, quando France – con quel suo nome che ne fa l’epitome di tutta una nazione – appoggia il capo sulla spalla dell’uomo che è al suo fianco: hanno appena assistito a un episodio di violenza gratuita in una via di Parigi e sono rimasti inerti e indifferenti. Esattamente come noi quando guardiamo il Male comodamente seduti in poltrona sul monitor della Tv.