Ariaferma, la regia di Leonardo Di Costanzo

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ariaferma gli stereotipi li accoglie e poi li distrugge. Sembra far proprio il cinema carcerario per poi sciogliere con delicatezza tutti i topoi narrativi e visuali del genere. Qui non ci sono né secondini sadici né carcerati rivoltosi. Qui il tempo è sospeso. Qui detenuti e secondini si ritrovano a condividere la medesima condizione umana.

C’è qualcosa di metafisico, in Ariaferma di Leonardo Di Costanzo. Qualcosa che trascende la fisicità della rappresentazione e spinge le immagini verso uno spazio sospeso e scarnificato, dove i personaggi – pur conservando tutta la loro umanità e finanche la loro fisicità, a cominciare dalla fame – diventano epitomi di qualcosa che li trascende. C’è qualcosa che sfugge, in questo splendido film denso e compatto, e al tempo stesso fragile e tenero: qualcosa che appare e si ritrae, si svela e si nasconde, ci invita e si allontana.

Siamo in un carcere in via di dismissione. Tutti i detenuti vengono trasferiti. Ne rimangono solo 12, bloccati lì per problemi imprevisti nell’Istituto carcerario che avrebbe dovuto accoglierli. Solo per qualche giorno, dice la direttrice prima di abbandonare il penitenziario. Partita lei, restano solo uomini. Meglio: solo maschi. Alcuni in divisa, altri senza. Alcuni chiusi dietro le sbarre, altri che le sbarre le aprono e le chiudono. Ruoli. Compiti. Maschere. Stereotipi. Ma Ariaferma gli stereotipi li accoglie e poi li distrugge. Sembra far proprio il cinema carcerario per poi sciogliere con delicatezza tutti i topoi narrativi e visuali del genere. Qui non ci sono né secondini sadici né carcerati rivoltosi. Qui il tempo è sospeso. Qui detenuti e secondini si ritrovano a condividere la medesima condizione umana. “Sei in carcere anche tu!”, dice il leader dei carcerati al capo delle guardie. Già, sono tutti lì, reclusi.

La reclusione è l’ossessione ricorrente del cinema di Di Costanzo. Lo era 9 anni fa, in L’intervallo (2012), dove un ragazzo di 15 anni era incaricato da un boss della camorra di “sorvegliare” per 24 ore una sua coetanea “reclusa” in un cortile, e lo è qui, in Ariaferma, dove la reclusione sembra sospesa in un tempo indefinito in cui saltano le regole abituali della vita carcerata: le visite dei parenti sono bloccate, la cucina è chiusa, un catering improvvisato porta dall’esterno una sbobba immangiabile. E allora il detenuto Carmine Lagioia (Silvio Orlando), carcerato non si sa per quale colpa (di nessuno sappiamo la colpa commessa…) propone di cucinare lui. Per tutti. Per guardie e ladri. Per prigionieri e carcerieri. Per controllati e controllori. Gelo. Diffidenza di alcuni – sia carcerati sia agenti – per una proposta che viola il protocollo. “Mai vista una cosa simile…”, afferma qualcuno. Appunto: è proprio il “mai visto” che attrae lo sguardo di Leonardo Di Costanzo. E allora il capo delle guardie (Toni Servillo) accetta la sfida.
Tutto il film è una sfida. Lo è il mettere due grandissimi professionisti come Orlando e Servillo accanto ad attori non professionisti che l’esperienza del carcere l’hanno fatta davvero. E lo è ancora di più la scelta di obbligare Orlando e Servillo a recitare ciascuno nella parte inizialmente scritta per l’altro, quasi a volerli stanare e a farli uscire dalla loro comfort zone, obbligandoli ad assumere quello che doveva essere il punto di vista dell’altro.

Quasi senza musica extradiegetica, con una colonna sonora fatta di stridori e clangori, di cancelli che si chiudono e di sbarre che sbattono, di chiavistelli che stridono e di serrature che cigolano, Ariaferma orchestra una partitura che potrebbe essere una tragedia ma non lo è, che sembra poter ambire a un respiro epico ma poi lo abbassa alla dimensione realistica del quotidiano, che ha tratti elegiaci ma poi li smorza nel prosaico, finendo per trovare nel cibo l’elemento che accomuna tutti i personaggi tanto da sfociare in una sorta di Ultima cena con 12 partecipanti immersi nel buio (forse per non far vedere una cosa “mai vista”…). Cristologico? Forse, ma non solo. Metafisico, piuttosto, come si diceva all’inizio. Per come la regia sa trasformare una storia carceraria – come il cinema italiano aveva già fatto, poniamo, con Porte aperte di Gianni Amelio ma anche con La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu – in una meditazione sulla Legge e la Giustizia, sul libero arbitrio e la privazione della libertà, in ultima istanza sugli archetipi della condizione umana.

Mentre una sceneggiatura quasi perfetta riesce a dare identità e spessore a ogni personaggio, senza mai essere giudicante, senza mai urlare, senza denunciare, senza reclamare, la regia perlustra lo spazio del carcere con uno sguardo pudico e discreto e alla fine svela nei due protagonisti un’affinità inattesa che riaffiora improvvisa da un ricordo della vita fuori dal carcere. Qualcosa che viene prima delle maschere, prima dei ruoli, prima della divisa. Prima della reclusione e della prigionia di entrambi.
Così facendo, nello spazio/tempo che intercorre fra l’inizio e la fine, Leonardo Di Costanzo riesce a indagare nelle pieghe dell’umano e a rivelare a noi tutti quanto del nostro essere abbia qualcosa del carcerato e quanto condividiamo la psicologia del carceriere, firmando uno dei film più importanti e davvero imprescindibili di questo nostro tempo sospeso e recluso.