La scuola cattolica, la sceneggiatura di Mordini, Infascelli e Gaudioso

ARTICOLO DI Gianni Canova

Negli ultimi terribili 20 minuti Mordini sceglie di non mostrare l’orrore. Di lasciarlo fuori dai confini del visibile e del mostrabile. Non si vede quasi nulla ma si intuisce tutto. E quello che si intuisce è insopportabile.

Si assomigliano tutti. Fai fatica a distinguerli l’uno dall’altro. È questa una delle accuse più ricorrenti che i tanti detrattori imputano ai protagonisti del film che Stefano Mordini ha tratto dall’omonimo romanzo-monstre (1300 pagine!) di Edoardo Albinati.
È vero: mentre i ruoli degli adulti sono affidati ad alcuni dei nomi più noti dello star system italiano, da Valeria Golino a Jasmine Trinca, da Riccardo Scamarcio a Fabrizio Gifuni, nel film gli interpreti dei giovani maschi che negli anni Settanta frequentavano la scuola cattolica in cui si sono formati anche i tre responsabili di uno dei più agghiaccianti e brutali episodi di femminicidio e violenza sulle donne della nostra storia recente (il massacro del Circeo) in certi momenti sembrano intercambiabili.

Fin dall’inizio, quando appaiono in costume da bagno, in piedi attorno a una piscina, dove si accingono a fare “educazione fisica”. Gambe, schiene, nuche. Nudi, svestiti, simili. Confondibili. Ma se invece che un limite questa scelta di casting e di direzione degli attori fosse un pregio? Se invece di operare nella direzione scandalistica della cronaca, con annessa costruzione del Mostro che condensando in sé tutte le colpe finisce per essere Pharmakon (cioè colui che di fatto purifica da ogni colpa la società che lo esprime e lo condanna) Mordini cercasse piuttosto di rileggere il massacro del Circeo non come il frutto ripugnante di personalità patologiche devianti e criminali ma come il frutto avvelenato di una cultura, di un’educazione, di una mentalità diffusa e condivisa?

Ma – dicono i detrattori – Mordini e i suoi sceneggiatori hanno lasciato fuoricampo il contesto socio-politico e ideologico. Ha evitato di ricordare che i responsabili del massacro del Circeo erano ragazzi di estrema destra. A parte il fatto che non è vero (se uno di loro dice e scrive che Hitler è stato il più grande uomo della storia non lo si può certo collocare politicamente che nella destra estrema e filonazista…), ma – di nuovo – così facendo il film di Mordini allarga l’indagine sul Male, e fa dei tre giovani arroganti e repellenti stupratori e assassini l’epitome di un certo modo di essere maschi.

La scuola cattolica aggira le trappole della sociologia e dell’ideologia e sceglie piuttosto l’approccio dell’antropologia. E così facendo obbliga ogni spettatore a interrogarsi. Ci chiama in causa. Avesse detto e urlato: “Hanno fatto quello che hanno fatto perché erano di estrema destra!”, chiunque non sia di estrema destra si sarebbe sentito assolto. “Io non sono così”, avrebbe e avremmo pensato. E ci saremmo ripuliti la coscienza.

È un meccanismo che spiega bene Nicola Lagioia nel suo romanzo La città dei vivi, dedicato alla ricostruzione letteraria e non cronachistica di un altro terribile caso di cronaca nera, la tortura e il delitto di Luca Varani nel marzo 2016 da parte di due giovani della Roma bene. Lagioia scrive che di fronte a simili agghiaccianti esplosioni del male, ciò che deve fare il narratore è evitare di “illuderci che ciò che disprezziamo nel carnefice ci sia estraneo” e farci capire che “la distanza che ci separa da lui è minore di quanto crediamo” (P. 263). Mi sembra che questo cerchino di fare Stefano Mordini e i suoi cosceneggiatori.

Ha scritto bene Tommaso Tuppini su Doppiozero: “ridotti a silhouettes nere, ombre cinesi che si staccano dai muri per vagare come anime in pena”, i ragazzi si confondono “in un unico collage fatto con la pettinatura e la riga su una lato di Edoardo, il ghigno di Pik, lo sguardo mattoide di Angelo”. Il tempo narrativo intorno a loro schizza avanti e indietro (sei mesi prima, 130 ore prima, poi un po’ indietro, quindi di nuovo in avanti, secondo il ritmo scandito dalle didascalie).

E quando il prima cessa di essere prima e diventa adesso il film vira con decisione verso la scelta del fuoricampo. Negli ultimi terribili 20 minuti Mordini sceglie di non mostrare l’orrore. Di lasciarlo fuori dai confini del visibile e del mostrabile. Non si vede quasi nulla ma si intuisce tutto. E quello che si intuisce è insopportabile. È un pugno nello stomaco.

I critici cinefili anche qui hanno arricciato il naso. Hanno fatto le pulci. E i censori hanno scelto di vietare il film ai minori di 18 anni perché secondo loro metterebbe sullo stesso piano vittime e carnefici. Ma dove? Solo perché il professore interpretato da Fabrizio Gifuni di fronte a un quadro che rappresenta la passione e la flagellazione di Cristo dice che chi fa del male agli altri lo fa anche a se stesso? Censura etica, quindi?!!?

Io, lo confesso, dal film sono uscito turbato. A un certo punto mi sono accorto – ma me ne sono accorto solo dopo – che avevo abbandonato tutte le mie difese razionali, tutte le categorie critiche e di analisi con cui in genere guardo un film, per ritrovarmi spettatore inerme e ingenuo di fronte a una scena che mi e ci chiama in causa.
E a un film che chiama in causa un mondo, una “mala educacion”, una mentalità diffusa, un’intera società. Non ho la pretesa che questa mia reazione personale abbia un valore universale. Ma sempre più spesso mi ritrovo a pensare che l’unica funzione che ancora resta a una critica che non voglia limitarsi a scimmiottare il ruolo del Giudice Supremo o del Boia sia quella di condividere un’esperienza spettatoriale. La mia esperienza di visione di La scuola cattolica è quella che ho cercato di descrivere nelle righe che precedono. E la vostra?