No Time To Die, la regia di Cary Fukunaga

ARTICOLO DI Gianni Canova

Cary Fukunaga – primo regista americano a dirigere un capitolo della saga – apre crepe nel mito di James bond. Mette in discussione i suoi tratti fondativi. Mette accanto al Bond di Daniel Craig un altro agente con licenze di uccidere. Meglio: un’altra agente. Donna e black. Anche lei con la sigla 007.

“Sono incredibile”. Risponde così James Bond alla domanda di Madeleine che gli chiede qual è il suo peggior difetto. Per come lo dice, “incredibile” vale nella doppia accezione semantica del termine: è come se l’agente 007, interpretato per la quinta (e ultima) volta da Daniel Craig, dicesse di sé di essere un portento e al tempo stesso si interrogasse sulla sua credibilità. Com’è possibile che tutti gli credano? Non è credibile uno come lui: uno che passa indenne nelle avventure più impossibili e ne esce sempre incolume. Uno che guida la moto fra i sassi di Matera come se fosse su un ottovolante. Uno che combatte un nemico che “fluttua nell’etere” e non si lascia più guadare negli occhi senza esserne intimorito. Uno che avendo da ingaggiare un combattimento da solo contro un centinaio di avversari dice alla sua lei “dammi un minuto…”.

Incredibile. Eppure, gli crediamo. Sono 25 film che gli crediamo. Che pratichiamo con ribaldo godimento la “sospensione dell’incredulità”. Che vogliamo credergli. Il cinema, da sempre, ha più a che fare con il voler credere che con il voler vedere. E noi a 007 abbiamo sempre creduto. Non abbiamo mai messo in discussione i dogmi su cui è costruito il personaggio: l’invulnerabilità, il celibato, il cinismo autoironico. Ebbene: tutti e tre questi dogmi si incrinano in No Time To Die. Si screpolano. Come la crepa nel lago ghiacciato nella stupenda sequenza d’apertura. Come le ragnatele di crepe che divorano i finestrini dell’Aston Martin crivellati di colpi.

Cary Fukunaga – primo regista americano a dirigere un capitolo della saga – apre crepe nel mito di James bond. Mette in discussione i suoi tratti fondativi. Mette accanto al Bond di Daniel Craig un altro agente con licenze di uccidere. Meglio: un’altra agente. Donna e black. Anche lei con la sigla 007. Solo un ossequio ai tempi del #metoo? Forse, ma non solo.

Bond muta. Bond cambia. Diviene meno cinico e più romantico. Si lascia alle spalle il vanto del celibato. Diventa vulnerabile. E soprattutto fa i conti con quella che da almeno cinque film (da quando è interpretato da Craig) è la sua ossessione: il passato. Non a caso ha al suo fianco una donna come Madeleine Swann (Léa Seydoux), vero personaggio-dispositivo costruito appositamente per attivare la memoria: si chiama come il protagonista del primo libro della Recherche di Proust (Charles Swann) e ha il nome del biscotto (madeleine) che in Proust, immerso in una tazza di tè, faceva riemergere dall’oblio e dall’inconscio i ricordi di infanzia.

Già in Spectre Madeleine aveva il ruolo di attivatrice della memoria, e qui lo è ancora di più spingendo definitivamente Bond verso la scoperta della sua vera identità.

Che No Time to Die sia una sorta di bondiana “ricerca del tempo perduto”. Fukunaga non è Proust, ci mancherebbe. Però il tempo è il vero protagonista del film: lo è nel titolo, lo è nelle struggenti note di We Have All the Time in the World di Louis Armstrong sui titoli di coda, lo è nella clessidra che appare nei titoli di testa e lo è nella battuta che Bond dice all’inizio a Madeleine: “Abbiamo tutto il tempo del mondo…!”.

È stato scritto di tutto, su questo ultimo Bond. C’è chi ha parlato di un Bond devirilizzato. Chi di un Bond salvato dalle sue girls (dalla strepitosa Ana de Armas nell’episodio a Cuba all’altra 007 interpretata dalla giamaicana Lashana Lynch). Chi di un Bond in trasferta nel mélò. Tutto vero.

Ma senza dimenticare che l’action resta, e Fukunaga è maestro nel girare gli inseguimenti pirotecnici fra i vicoli di Matera, l’assalto all’isola-laboratorio o le sparatorie come neanche in un videogame. Ma accanto a questo ci sono i tramonti infuocati, i dubbi e i tormenti, le malinconie. C’è, soprattutto, una storia da tramandare di madre in figlia. Perché è questo che ci lascia alla fine la visione del film.
Non è un titolo antifrastico No Time to Die. E non lo è nella misura in cui racconta prima di tutto la costruzione e la manutenzione di una leggenda. Immortale.