Il buco, la regia di Michelangelo Frammartino

ARTICOLO DI Gianni Canova

Inquadrando il buco che dà accesso all’abisso di volta in volta dall’alto e dal basso, da dentro e da fuori, da sopra e da sotto, Frammartino porta l’architettura nella natura e fa irrompere la natura nell’architettura delle immagini.

Su e giù. Verticalità pura. Moto ascensionale e discensionale. Su, verso i 130 metri del grattacielo Pirelli a Milano. Giù, verso i quasi 700 metri di profondità dell’abisso del Bifurto in Calabria. Cosa lega le due “imprese”? Il tempo. 1961. Boom economico. L’Italia pulsa, cresce, gonfia, scava. Sale e scende. Si muove. Va su, e sfida il cielo con Gio Ponti e gli architetti milanesi. E va giù, in un buco che accede alle viscere della terra, con gli speleologi torinesi che per primi esplorano una delle voragini più profonde della terra. Alla ricerca dell’impossibile. Del non visibile. Verso le nuvole. O verso il buio e la notte eterna.

Cinema di contrasti, cinema di conflitti, cinema di opposti, quello di Michelangelo Frammartino. Ma anche cinema come partitura, come danza, come coreografia. Coerente con la sua scelta di perseguire un cinema non antropocentrico e non antropomorfico, undici anni dopo Le quattro volte Frammartino torna a sciogliere la presenza umana dentro la centralità del paesaggio, puntando questa volta a un cinema materico e quasi minerale, in cui perfino le rughe di un volto sembrano simili alle rugosità e alle grinzosità delle rocce e della terra. Inquadrando il buco che dà accesso all’abisso di volta in volta dall’alto e dal basso, da dentro e da fuori, da sopra e da sotto, Frammartino porta l’architettura nella natura e fa irrompere la natura nell’architettura delle immagini.

Ma dov’è la trama? Protesta ingenuo qualche spettatore pigro o miope. La trama questa volta – ed è una delle cose che rendono questo film unico e imperdibile – non è nel racconto ma nella “tessitura” di contrasti che coinvolge tanto il visivo quanto il sonoro: silenzi e bisbigli, campi lunghissimi e (pochi) primissimi piani, vedute dall’alto e sbirciate dal basso. E poi quei fogli di giornali d’epoca incendiati e lasciati cadere nell’abisso per illuminare quel fuoricampo assoluto che sta giù giù dove nessuno prima è mai arrivato. Quel volto omerico dell’anziano contadino calabro che dialoga con gli animali mimando i loro versi. Quelle riunioni davanti al televisore acceso di sera come davanti al fuoco di un bivacco.

Il buco non è un film come gli altri. Chi cerca un film come gli altri è bene si astenga, troverebbe la visione sfiancante. Nella sua ambizione di mettere in forma l’informe, Il buco – meritatamente onorato alla Mostra del cinema di Venezia con il Premio speciale della Giuria – non è solo un film da vedere: è un’esperienza percettiva da fare. Un sentimento del tempo da sperimentare. Una polifonia di suoni – il vento, l’acqua, i sassi, le bestie – da ascoltare.

La speleologia – è bene ricordarlo – nasce più o meno negli stessi anni della psicanalisi e del cinema (1895, l’anno della prima proiezione pubblica dei fratelli Lumière). Cos’hanno in comune cineasti, psicanalisti e speleologi? Il desiderio di rendere visibile ciò che prima non lo era (il movimento, l’inconscio, il buio). Di sondare il fuoricampo assoluto. Poco importa se in una grotta, su uno schermo o nell’anima.