La ragazza di Stillwater, la recitazione di Matt Damon

ARTICOLO DI Gianni Canova

Gesti impacciati, titubanze e insicurezze unite a tenacia e caparbietà: Damon è davvero impeccabile nel costruire un personaggio tanto granitico e determinato quanto indifeso, un character che ha qualcosa di certi antieroi eastwoodiani nell’era dell’America di Trump.

Trivellatore. Si presenta così Bill Baker, il personaggio protagonista di La ragazza di Stillwater di Tom McCarthy. Fa del suo lavoro il tratto distintivo della sua identità. Berretto con visiera e camicia a scacchi, è uno di quegli operai che dalle piattaforme collocate in mezzo all’oceano scavano nelle profondità marine alla ricerca del petrolio. Ma scavare nelle viscere della terra gli è più facile che sondare l’animo degli esseri umani. Imbolsito e appesantito, pizzetto working class e sguardo attonito, Matt Damon fa del personaggio uno di quegli uomini in cui il corpo massiccio e potente nasconde a malapena la fragilità interiore. Bill è prima di tutto un padre ferito.

All’inizio del film lo vediamo lasciare l’Oklahoma e trasferirsi in Francia, a Marsiglia, dove la sua unica figlia è rinchiusa in carcere con l’accusa di aver assassinato la sua compagna di studi e di vita. La ragazza ha sempre proclamato la sua innocenza, il padre le crede ed è determinato a fare tutto il possibile per far uscire la ragazza dalla prigione e riportarla con sé negli Stati Uniti. Ma a Marsiglia Bill è uno straniero. Non conosce la lingua, non conosce la città, non conosce e non comprende la burocrazia. Lo vediamo confuso, esitante e imbarazzato mentre chiede i colloqui in carcere, o mentre indaga tra i conoscenti della figlia per scoprire qualcosa di più su quello che è davvero successo. Gesti impacciati, titubanze e insicurezze unite a tenacia e caparbietà: Damon è davvero impeccabile nel costruire un personaggio tanto granitico e determinato quanto indifeso, un character che ha qualcosa di certi antieroi eastwoodiani nell’era dell’America di Trump.

Conservatore, tendenzialmente razzista, ostile al nuovo, a Marsiglia Bill conosce un’attrice di teatro (lui che – lo confessa – a teatro non c’è mai andato) e allaccia con lei e con la ragazzina figlia di lei un rapporto fatto di complicità, amicizia e protezione dalla solitudine. E se Damon è bravissimo nel far emergere con una straordinaria economia espressiva i tratti umani di un personaggio potenzialmente privo di empatia, il regista Tom McCarthy si conferma maestro – cinque anni dopo l’Oscar per Il caso Spotlight – nel costruire un intreccio in cui la sottile tensione da thriller non offusca mai il lavoro di cesello sui personaggi, anche su quelli minori, e non cessa un solo istante di indagare anche i lati più oscuri dell’animo umano. In una Marsiglia sospesa fra teatri d’avanguardia e ghetti controllati dalla violenza delle gang, multietnica e conflittuale, il personaggio di Bill porterà il suo affetto paterno sino ai confini della crudeltà e della mostruosità, senza minimamente sospettare la rivelazione che colpirà lui come tutti noi nel finale del film.

Al Festival di Cannes, dove è stato presentato fuori concorso lo scorso luglio, il film è stato accolto con una standing ovation di cinque minuti: un tributo del tutto meritato – secondo me – per un film che ritrova finalmente l’anima più autentica del cinema americano.