Mondocane, la regia di Alessandro Celli

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ancora una volta un film italiano recente mette in scena forme di neo-tribalità adolescenziale: l’avevano già fatto Claudio Giovannesi con La paranza dei bambini, ambientato a Napoli, e Niccolò Ammaniti con la serie Anna, ambientata in Sicilia. Celli lo fa con Taranto e la Puglia

“Nella favela nata all’ombra dell’acciaieria i figli dell’abbandono sopravvivono senza legge”: recita così la didascalia che apre Mondocane, esordio alla regia di Alessandro Celli, ma anche ennesimo e riuscito episodio di quel progetto ambizioso e lodevole che Matteo Rovere (qui nei panni di produttore) sta perseguendo per ridare linfa, vigore, energia e immaginazione al cinema di genere italiano. Qui i generi coinvolti sono più di uno, dal distopico al post-apocalittico all’action para-sociologico.

Siamo a Taranto, in un futuro imprecisato ma abbastanza prossimo. C’è stata un’evacuazione. La zona attorno alla storica acciaieria della città è stata recintata e dichiarata area contaminata. Dentro, fra degrado e cadaveri di animali a cielo aperto, ci sono solo alcuni poveracci disperati che tentano di sopravvivere in mezzo a gang rivali che combattono ferocemente per il controllo del territorio. Paesaggio desolato. Fumi e ciminiere. Tutto ha assunto il colore della ruggine o della sabbia. La polizia presidia la zona con mezzi blindati, ma non osa entrare nella no man’s land. Fuori è stata ricostruita la “nuova Taranto”, uno spazio artificiale in cui si mette in scena una parenza di “normalità” che alla fine risulta essere più distopica di quella che ringhia e freme dentro i recinti, le palizzate e i reticolati dell’area contaminata. Quali sono le regole con cui si è riorganizzato il mondo?

La sceneggiatura, scritta dal regista Alessandro Celli, ha il pregio di farlo scoprire a poco a poco, lasciando anche qualche opportuna zona d’ombra e di mistero ai margini della main story: quella di due adolescenti (soprannominati rispettivamente Mondocane e Pisciasotto), entrambi orfani e abbandonati, che fanno di tutto (compreso dare fuoco a un negozio per animali della nuova Taranto che ha come insegna Mondo Cane) pur di entrare a far parte di una gang di ragazzini che si fanno chiamare le Formiche, vivono nella zona contaminata agli ordini del feroce Testacalda (un baffuto, rasato, ghignante e luciferino Alessandro Borghi) e nascosti da un casco, in sella a rombanti motociclette, sparano, assaltano rapinano e uccidono. Ancora una volta un film italiano recente mette in scena forme di neo-tribalità adolescenziale: l’avevano già fatto Claudio Giovannesi con La paranza dei bambini, ambientato a Napoli, e Niccolò Ammaniti con la serie Anna, ambientata in Sicilia. Celli lo fa con Taranto e la Puglia: rivisitando con sguardo allucinato e visionario i veri quartieri della città, che mantengono anche il loro nome (Tamburi, Cittadella), dimostra a sua volta come il paesaggio italiano possa diventare il set di qualsiasi storia, e offrire scenari che nessuna fantasia di scenografo potrebbe immaginare con tanta esattezza e con tale forza.

In questo habitat apocalittico, cupo livido mefitico e disperato, Mondocane e Pisciasotto intraprendono il classico romanzo di formazione criminale: per essere ammessi al Formicaio devono superare prove sempre più feroci che dimostrino la loro forza soprattutto mentale nel commettere il male e nel distribuire la morte. Ce la faranno, ma a prezzo di vedere la loro amicizia rovinata e compromessa per sempre.

Al di là del racconto, la cosa che resta impressa è la scommessa (vinta) di usare location reali per farne luoghi immaginari. Il critico Carlo Valeri, dopo aver sottolineato la fusione fra il naturalismo degli ambienti e l’iperrealismo allucinatorio del set, ha parlato di neorealismo punk: ed è una denominazione che ben sintetizza non solo l’estetica ma anche l’anima ossimorica del film.