Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di morto, la recitazione di Antonio Albanese

ARTICOLO DI Gianni Canova

Albanese mette in scena la cosa più difficile e magari irrealistica: l’attrazione per l’altro. Per il diverso. Per chi parla un altro linguaggio e disprezza ciò di cui e per cui lui vive (la cultura).

Non è solo un attore. È un sismografo socio-antropologico dell’Italia contemporanea, un po’ come Alberto Sordi lo fu per l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Pochi altri attori, oggi, sanno cogliere e rappresentare l’italianità come fa Antonio Albanese, passando dal registro del grottesco, tutto giocato sull’iperbole e l’esagerazione in un personaggio come Cetto LaQualunque, all’understatement impicciato del personaggio di Giovanni, protagonista (sempre accanto a Paola Cortellesi) di Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di morto. Qui, come già nel film di tre anni fa, Albanese mette in scena – dal di dentro – un tipo di italiano facilmente riconoscibile e ben connotato: progressista e beneducato, pensante, tollerante, un po’ filantropo un po’ radical chic. Uno che non si toglie mai l’abito blu (e la cravatta ton sur ton) se non nella scena finale tra i coatti tatuati e panciuti della spiaggia di Coccia di morto.

Insomma: un borghese benpensante e perbenista, socialmente sensibile e sinceramente convinto che aprire un centro multiculturale che offra un’inedita “spaghetti experience” sia il modo migliore per contrastare il degrado delle periferie. Recita a mezza voce, Albanese. Non perde (quasi) mai le staffe. È un campione di discrezione, educazione, sopportazione. Osservate con attenzione la sua gestualità. Le mani, soprattutto. E la mano sinistra in particolare. Come la muove, come la spinge in avanti, a indicare, precisare, puntualizzare. Il gesto cerca di rendere visibile il pensiero. Di renderlo plastico, palpabile. Perché quando hai di fronte una coatta come Monica, che viene da Bastogi e pensa che Il nome della rosa sia un libro di giardinaggio, le parole servono a poco. Lei preferisce i gesti. Ostentati, clamorosi. Come quando libera una sua compagna dal marito stalker con una capocciata stramazzacavalli. Lui, l’intellettuale da think tank, non sarebbe mai capace di gesti così. Infatti, gesticola a vuoto, e quando si trova in imbarazzo, e non sa più come gesticolare, non trova di meglio che imitare lei: mani sui fianchi, a ostentare tracotanza. O mani conserte, a esibire sicurezza. Lei – capelli color aragosta, tatuaggi ovunque, scarpe taccate con fibbia metallica, canottiera nera con un cuore di strass e spalline del reggiseno ben visibili – è quanto di più diverso e lontano si possa immaginare da lui e dal suo mondo. Eppure, lui è attratto da lei. A costo di mettersi negli impicci pur di aiutarla.

Impicciato, non a caso, è l’aggettivo con cui egli stesso si definisce. L’impiccio è il suo destino e al tempo stesso la sua condanna. Perché la conoscenza di Monica gli procura seccature, fastidi, intralci, ostacoli. E la sceneggiatura gioca proprio su questo: cerca con ogni modo di imprigionare il suo personaggio in una ragnatela di impicci. Così il suo Giovanni è perennemente alle prese con contrattempi, imprevisti, incomprensioni. Con chiunque entri in contatto, è impicciato, imbarazzato, perplesso: lo è con il prete pio e fascinoso di Luca Argentero, che eccita gli ormoni delle parrocchiane giocando a calcio e andando a distribuire cibo ai poveri; lo è con la ex-moglie Luce di Sonia Bergamasco che coltiva lavanda ed è un prototipo di snobismo buonista; lo è con la nuova compagna interpretata da Sarah Felberbaum che lavora con lui sulle periferie solo per portare a casa i soldi degli sponsor. In mezzo a questo mondo, Albanese mette in scena la cosa più difficile e magari irrealistica: l’attrazione per l’altro. Per il diverso. Per chi parla un altro linguaggio e disprezza ciò di cui e per cui lui vive (la cultura).

Imbastito su una realistica riproposizione di un tipo italiano abbastanza diffuso e sociologicamente emblematico, il suo personaggio – come del resto quello di Monica – finisce per far transitare la storia dal registro mimetico a quello fantastico, arrivando a prefigurare un’Italia aperta e curiosa del diverso che è molto lontana da quella reale. Ma va bene così: il cinema ha sempre cercato e creato mondi non appiattiti sul mondo così com’è. Del resto, il sorriso con cui il regista Riccardo Milani guarda ai suoi personaggi e a quello di Giovanni in particolare viene da lontano: da quella commedia italiana agrodolce anche se grottesca che ha in Ettore Scola uno dei suoi maestri. Non a caso, nel film è inserito un frammento/omaggio a Dramma della gelosia tutti i particolari in cronaca proprio di Scola, quasi a indicare una filiazione diretta, un modello perseguibile, un prototipo da imitare.