A Classic Horror Story, la regia di Roberto De Feo e Paolo Strippoli

ARTICOLO DI Gianni Canova

Bisogna alzarsi in piedi e applaudire con calore il lavoro di Roberto De Feo e Paolo Strippoli (rispettivamente classe 1981 e 1993) perché porta finalmente l’horror italiano a confrontarsi senza complessi di inferiorità e senza sindromi di inadeguatezza con la produzione internazionale

I primi brividi arrivano dopo pochi secondi. Mentre nella colonna sonora risuonano le note di Il cielo in una stanza di Gino Paoli, la macchina da presa inquadra la testa di un cervo imbalsamato appesa alla parete di uno chalet e poi arretra e allarga fino a mostrare su un tavolaccio di legno i piedi e le gambe insanguinate di una ragazza legata che mugola di dolore e di paura. Il movimento sale fino a mostrarci il viso della ragazza incrostato di sangue e gli occhi gonfi di terrore. “…questa stanza non esiste più…”, continua a cantare Gino Paoli. Sulla sua voce si sovrappone un rumore sinistro: qualcuno sta trascinando una pesante mazza di legno. Stacco: da una fessura nella parete un occhio osserva la scena e spia. La mazza si alza minacciosa. “…niente, più niente al mondo”, canta Paoli. E la mazza cala implacabile con un rumore agghiacciante. Comincia così, A Classic Horror Story: ed è un incipit davvero impressionante. Non solo per l’attrito stridente fra la dolcezza della canzone e la ferocia delle immagini, ma anche e soprattutto perché non si sa bene come collocare questo incipit nella struttura del film: lo sviluppo della storia non arriverà mai a quel punto, la ragazza non sarà mai legata a quel tavolaccio, e soprattutto non indosserà mai quella vestaglietta verdastra che ha addosso nel prologo. E allora? Se non è una prolessi, un’anticipazione, che cos’è? Un’allucinazione? La visualizzazione di una paura? La fantasia malsana del personaggio di cui vediamo l’occhio che spia? O semplicemente un teaser di quello che stiamo per vedere? Un film con trailer incorporato, così come alla fine ha incorporato perfino i commenti social? Ogni ipotesi è possibile in un film stratificato, complesso e maturo come questo. Perché una volta tanto lo slogan con cui viene lanciato non mente. “Se ti sembra di averlo già visto, devi solo guardare meglio”. Verissimo. Bisogna alzarsi in piedi e applaudire con calore il lavoro di Roberto De Feo e Paolo Strippoli (rispettivamente classe 1981 e 1993) perché porta finalmente l’horror italiano a confrontarsi senza complessi di inferiorità e senza sindromi di inadeguatezza con la produzione internazionale, avendo – in più – una componente di analisi socio-antropologica e una di critica mediatica che non sempre i prodotti internazionali sono in grado di garantire. Certo, gli archetipi e gli stilemi del genere ci sono tutti: 5 personaggi a bordo di un camper si perdono in un bosco sulle montagne calabre e finiscono nei pressi di uno strano chalet a forma di diamante che fa molto La casa di Sam Raimi. Ma l’ambientazione boschiva (e non solo quella) richiama anche ovviamente The Blair Witch Project, mentre l’inquietante setta arcaica che pratica sacrifici umani venerando il culto folklorico di Osso, Mastrosso e Carcagnosso (i tre leggendari cavalieri che si dice abbiano fondato mafia, camorra e ‘ndrangheta) richiama inevitabilmente quel capolavoro che è Midsommar Il villaggio dei dannati. Storia classica, dunque. E già questo sarebbe un risultato non da poco (tanto che il film è tra i più visti al mondo sulla piattaforma che lo propone). Ma Roberto De Feo (che aveva mostrato una classe non comune già con il precedente The Nest) e Paolo Strippoli non si fermano qui: e mentre inventano immagini di una visionarietà davvero spaventosa (si pensi anche solo alle maschere lignee dei torturatori, o all’apparizione simil-zombies dei contadini poveri che assistono di notte al rito della tortura e dell’estirpazione di lingua, occhi e orecchie) riescono a inserire nel film anche una riflessione metalinguistica sul genere horror, e sul perché il cinema italiano non lo ama anche se alla televisione e sul web dilagano la pornografia del dolore e lo spettacolo quotidiano della crudeltà. Non possiamo dire altro, per non spoilerare: ma il twist finale che con mossa geniale riconduce il tutto nel territorio degli snuff movies e del deep web fa davvero venire la pelle d’oca. E fa di A Classic Horror Story non solo un esempio perfetto di folk horror, ma anche un caso esemplare di metacinema contemporaneo. Un plauso speciale va alla colonna sonora di Massimiliano Mechelli: con i suoi archi stridenti e dissonanti, i suoi bassi profondi, le percussioni ossessive, la sirena assordante, i rumori di lame e i clangori di metalli, le note di pianoforte sospese nel nulla, unitamente all’uso di canzoni del repertorio italiano (nella scena più splatter risuona la voce di Sergio Endrigo che canta “C’era una casa molto carina senza soffitto, senza cucina…”) riesce a fornire un adeguato tappeto sonoro a una messinscena che segna una tappa importante nella storia del cinema di genere italiano. Il finale sulla spiaggia – con tutti quei telefonini accesi a filmare il volto insanguinato di un’icona come Matilda Lutz – è volutamente ambiguo e misterioso. E la trovata di inserire commenti social sui titoli di coda rafforza l’intenzione metalinguistica (e anche provocatoriamente ironica) dei due giovani registi.