Old, la regia di M. Night Shyamalan

ARTICOLO DI Gianni Canova

La cosa più bella di Old è proprio la libertà assoluta dello sguardo di Shyamalan, il modo unico con cui si permette di filmare le onde e le rocce e il vuoto, e di inerpicarsi in panoramiche a scatto o circolari, o in bruschi movimenti rasenti la sabbia, avanti e indietro, come spazzolando il set con la macchina da presa, e inquadrandolo sempre da punti di vista diversi.

Da lì non si va via più. Una volta che sei arrivato sulla spiaggia caraibica celebrata dal proprietario del resort come una promessa di paradiso, non riesci più ad andar via. Come nell’appartamento borghese di L’angelo sterminatore di Buñuel. O come nel villaggio in mezzo al bosco di The Village, forse il capolavoro di Shyamalan. Reclusione forzata, vie d’uscita inibite. Perché? Chi o cosa impedisce ai vari nuclei familiari, approdati su quella spiaggia per una vacanza di sogno, di fuggire da quello che in realtà si rivela un inferno? Ancora una volta Shyamalan gioca sulle forme e i dispositivi di controllo e li usa non solo in chiave diegetica, per articolare i vari piani del racconto, ma anche in chiave extradiegetica, per tenere avvinto e ingaggiato lo spettatore. Per giocare con lui. Con noi. Con il nostro sistema di attese e di previsioni. Proviamo a stare al gioco e a cercare di capire. Cos’hanno in comune i vari nuclei familiari finiti lì? Cosa sono quei riflessi luminosi che si intravvedono e baluginano in cima alla scogliera? Perché tante inquadrature dall’alto? E infine: perché il dottor Charlie (Rufus Sewell), mentre corre sulla sabbia impugnando minaccioso un coltello, con gli occhi spiritati, continua a chiedere agli altri – urlando – in quale film recitano insieme Marlon Brando e Jack Nicholson? Che mi risulti è uno solo, Missouri (1976) di Arthur Penn. Ma cos’hanno in comune un western crepuscolare come il film di Penn e questo exotic-thriller da spiaggia paradisiaca? Che sia qui la chiave di questo ennesimo film-rebus del regista di Il sesto senso e Unbreakble? Forse, perché in Missouri Marlon Brando spiava Jack Nicholson dall’alto? E perché è la posizione dello sguardo a determinare il senso e il dominio? La cosa più bella di Old è proprio la libertà assoluta dello sguardo di Shyamalan, il modo unico con cui si permette di filmare le onde e le rocce e il vuoto, e di inerpicarsi in panoramiche a scatto o circolari, o in bruschi movimenti rasenti la sabbia, avanti e indietro, come spazzolando il set con la macchina da presa, e inquadrandolo sempre da punti di vista diversi. Se la spiaggia è il luogo di accelerazione del tempo (chi finisce lì, invecchia a ritmi rapidissimi), Shyamalan destruttura lo spazio, e lo sottopone a continui processi di labirintizzazione e di alterazione percettiva. Rispetto alla graphic novel di Pierre Oscar Lévy e Frederick Peeters da cui il film è tratto, Shyamalan aggiunge una cosa che là non c’era: il suo personaggio. È lui che interpreta l’autista del pullmino che accompagna i turisti sulla spiaggia maledetta, è lui che dice loro che non li aspetterà. Nel finale, scopriamo anche che è sempre e ancora lui che “dirige” quel che accade in cima alla scogliera, sopra la spiaggia. Come già in The Village e in Split, il regista riserva a sé un ruolo di controllo e, appunto, di regia: una sorta di sfacciata mise en abyme per rivendicare a se stesso il ruolo fondamentale. Mentre tutti i personaggi perdono a poco a poco le loro capacità percettive (c’è chi ha la vista sempre più debole, chi cade perennemente in preda ad allucinazioni, chi non sente, chi perde l’orientamento, chi non sa più decifrare la realtà, ecc. ecc.,), l’unico che mantiene saldo il controllo e la visione è lui. Perché lo fa? La spiegazione finale, forse un po’ didascalica, lo collega addirittura all’industria della salute. Non diciamo altro, se non che Old è prima di tutto un grande film sul tempo, dove la forma – tutta accelerazioni, scosse, tremolii, ellissi, risacche, buchi e finanche azioni a vuoto o relegate nel fuoricampo – si coniuga perfettamente con il tema del passar del tempo e con il ritmo con cui il tempo agisce su di noi.  Ancora una domanda: perché un fratello e una sorella – che in meno di un giorno da bambini sono diventati adulti – prima di intraprendere la sfida finale costruiscono sulla spiaggia un castello di sabbia (riecheggiando il titolo della graphic novel)? La risposta a tutto, forse, è lì.