La Terra dei figli, la regia di Claudio Cupellini

ARTICOLO DI Gianni Canova

Una favola dark che vola alta sopra le bellurie e i pezzentismi di tanto cinema italiano e si propone come ambiziosa (e riuscita e suggestiva) metafora di un mondo in sfacelo, dominato da nichilismo, solitudine e paura.

“Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di Storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più”: comincia con questa frase in esergo il film La terra dei figli che Claudio Cupellini, tratto dalla omonima graphic novel di Gipi. È bene notare subito che la frase non dice la verità. Mente. Perché il film – che inizia quando la fine è già avvenuta, e la civiltà così come la conosciamo noi si è già inabissata – racconta di un Padre che scrive un quaderno in cui racconta quel che è accaduto e di un Figlio analfabeta e senza nome (il padre lo chiama sempre e solo “Figlio”) che dopo essere rimasto orfano gira furente tra le lande desertificate di un mondo feroce e brutale alla ricerca di qualcuno che sappia leggere e che traduca in parole comprensibili per lui quei segni neri di inchiostro che il padre ha vergato sul suo quaderno.

Il senso è nascosto lì, nella parola scritta. Ma per capirla servono una competenza tecnica (la capacità di leggere) e un organo che la eserciti (gli occhi). Il Figlio in un primo momento crede che siano gli occhiali del padre a consentire la decodifica di quegli strani segni, ma quando li indossa si rende conto che non è così. Del resto, si rende anche conto che non tutti quelli che hanno l’età di suo padre sono in grado di leggere: la Strega (interpretata da Valeria Golino) è cieca, non ha il dono della vista. E il Boia (un irriconoscibile Valerio Mastandrea senza naso) legge nascondendosi dietro una maschera da sub con il vetro rotto. Leggere, guardare, decifrare: in un mondo regredito allo stadio primitivo, dove ciò che conta è sopravvivere, a qualunque costo, paradossalmente la parola diventa più preziosa del poco cibo ancora disponibile. A differenza di quanto accade in quell’altro grande racconto distopico italiano che è Anna di Niccolò Ammaniti, dove la Madre lascia un quaderno (il “diario delle cose importanti”) ai figli affinché apprendano lì le cose indispensabili per sopravvivere dopo la catastrofe, qui il quaderno c’è ma è inservibile.

È agghiacciante il mondo che Cupellini mette in scena: girato nel Polesine, nel paesaggio piatto e decolorato del delta del Po, fra alberi stecchiti che spuntano dall’acqua, carcasse d’auto arrugginite, cadaveri affioranti nell’acqua e cieli bruciati dai veleni, La Terra dei figli dà forma a una desolazione disperante e disperata, con vecchi misantropi appesi per i piedi a testa in giù e affogati nell’acqua putrida della palude, orchi che divorano i bambini, ragazze rasate e chiuse nude in gabbia e bande di cannibali che presidiano il loro territorio tribale. La fotografia livida e plumbea, i silenzi e i sussulti, i campi lunghi e lunghissimi alternati ai primissimi piani sul volto sempre teso e in allerta del giovane protagonista, fanno del film una favola dark che vola alta sopra le bellurie e i pezzentismi di tanto cinema italiano e si propone come ambiziosa (e riuscita e suggestiva) metafora di un mondo in sfacelo, dominato da nichilismo, solitudine e paura. In bilico fra distopia, romanzo di formazione e survival movie, Claudio Cupellini (regista dell’ultima stagione di Gomorra), conferma dopo Una vita tranquilla e Alaska, di essere uno dei pochi registi italiani disposti a mollare gli ormeggi del realismo e a inoltrarsi in lande sconosciute. Dove può anche capitare – come capita al Figlio e a tutti noi – di incontrare una ragazza di nome Maria (l’unico personaggio con un nome proprio) che ricorda a tutti come l’unico modo per sopravvivere alla ferocia e all’insensatezza di un mondo regredito allo stadio primordiale, oltre che reimparare a leggere, è ritrovare di nuovo il coraggio e la dolcezza di un abbraccio.