Il mondo che verrà – La regia di Mona Fastvold

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ogni giorno uguale all’altro, senza variazioni che non siano determinate dal clima e dalle condizioni metereologiche. Dal gelo dell’inverno o dalle bufere di neve. È in questo scenario di ripetitiva monotonia che sembra circoscritto il destino di Abigail e Tallie. Almeno finché non si conoscono. Perché allora la monotonia si spezza e ogni giorno cessa di essere uguale a quello precedente.

Ipnotico. Ha qualcosa che cattura magneticamente un film come Il mondo che verrà. Fin dalla prima immagine, che inquadra dal basso scheletri d’alberi con i rami coperti da arabeschi di ghiaccio, la regista Mona Fastvold ci porta altrove. Nel bel mezzo di un gelido inverno. In un angolo della frontiera americana poco dopo la metà del XIX° secolo. Lì, sperdute fra le montagne, ci sono due fattorie isolate dal mondo. In ognuna delle due vive una coppia. Nessuna delle due coppie ha figli: una – quella formata da Katherine Waterston e Casey Affleck, rispettivamente Abigail e Dyer – è senza figli perché la loro bimba è morta di difterite pochi mesi prima, quando non aveva ancora 5 anni; l’altra coppia – quella formata da Vanessa Kirby e Christopher Abbott, rispettivamente Tallie e Finney – non li ha perché la moglie non si sente pronta alla maternità. Le immagini in 16 mm, con una fotografia dallo spiccato gusto pittorico, che esalta il grigioverde e il gelo dell’inverno in straordinari campi lunghi che fanno pensare a certi paesaggisti dell’Ottocento inglese, ci mostrano finalmente il mondo dei pionieri americani dal punto di vista delle donne. Abigail scrive un diario in cui annota, oltre ai suoi pensieri e alle sue emozioni, anche le sue incombenze quotidiane: mungere le vacche, occuparsi del pollame, raccogliere le uova, lavare i panni sporchi, impastare il pane, tenere acceso il fuoco, preparare la cena per il marito e di notte non sottrarsi ai propri doveri coniugali. Ogni giorno uguale all’altro, senza variazioni che non siano determinate dal clima e dalle condizioni metereologiche. Dal gelo dell’inverno o dalle bufere di neve. È in questo scenario di ripetitiva monotonia che sembra circoscritto il destino di Abigail e Tallie. Almeno finché non si conoscono. Perché allora la monotonia si spezza e ogni giorno cessa di essere uguale a quello precedente. Le due donne si rispecchiano l’una nell’altra. E la cosa straordinaria del film è il modo al tempo stesso delicato e possente, sussurrato e intenso, con cui la regista mette in scena la nascita di un’attrazione che a poco a poco si trasforma in amore. Le due attrici – Katherine Waterston e Vanessa Kirby – sono straordinarie non solo per l’alchimia che le lega, ma anche e soprattutto per come sanno lavorare sui microgesti (le dita che si sfiorano, le labbra che si socchiudono, le ciglia che si abbassano…) per comunicare all’esterno i loro terremoti interiori. E poco importa che il registro sia abbastanza letterario e poco realistico: proprio la struttura diaristica, e il fatto che la voce narrante di Abigail “legga” ciò che la ragazza ha scritto o sta scrivendo sul suo diario contribuisce a rendere la storia ancora più solenne e universale. Più che alla versione femminile di I segreti di Brokeback Mountain, come qualcuno ha scritto, Il mondo che verrà fa pensare a Terrence Malick e a certi afflati lirici del suo cinema. Nessuna volontà di provocazione o di denuncia. Semplicemente, la presa d’atto dell’inarrestabilità del desiderio. Quando nel finale le pagine di diario si riavvolgono su se stesse e il tempo torna indietro, a ripercorrere i momenti d’amore passati, tutti noi sentiamo – come Abigail – che la memoria è fatta di attimi e che le immagini sono il deposito delle emozioni. E se anche la ferocia della natura e di certi mariti si abbatte sulle donne, a risuonare nel finale sono le parole che una delle due sussurra all’altra: “È il caso di rammentare che l’immaginazione può sempre essere coltivata”.