Mandibules – La regia di Quentin Dupieux

ARTICOLO DI Gianni Canova

“Toro! Toro!”. Si salutano così, Manu e Jean-Gab: chiudono la mano destra a pugno, distendono l’indice e il mignolo a simulare la forma delle corna taurine e incrociano i pugni fino a toccare le nocche delle dita, mentre pronunciano entrambi la formula appena ricordata. Perché lo fanno? “Per niente…”, rispondono quando qualcuno glielo chiede. Ma poi aggiungono: “Quando siamo d’accordo. Quando siamo contenti. Per salutarci. Quando ci lasciamo. E anche per altre emozioni”.

È un gesto rituale. Societario e identitario al tempo stesso. In alcuni casi perfino scaramantico. Ma è il gesto che lega i due personaggi, che sancisce e ribadisce la loro amicizia. Manu e Jean-Gab sono due idioti. Ma non nel senso degli idiots savants di cui è piena la letteratura. Loro due non sanno proprio niente. Sono stupidi, punto. Minus habentes. Lo sono in modo disarmante. Sono ingenui, creduloni, stolti, sprovveduti. Tanto stolti che quando trovano nel bagagliaio della vecchia Mercedes appena rubata una mosca gigantesca e ripugnante non si interrogano neppure sulla plausibilità o sulla genesi di quella strana creatura. È lì, e tanto basta. Basta a tal punto che i due pensano bene di provare ad ammaestrarla per poi usarla come drone e mandarla in giro a rubare ciò di cui loro – nullatenenti e nullafacenti – hanno bisogno. Siamo in tutta evidenza nell’universo dell’assurdo. Del nonsense. Ma non del grottesco. La cifra peculiare della regia di Quentin Dupieux (famosissimo in Francia anche come produttore musicale con lo pseudonimo di Mr. Oizo, che in francese ha lo stesso suono di oiseau, uccello) è lo stile monellesco, infantile, quasi cartoonesco. Se nel suo precedente Rubber narrava la storia di un diabolico pneumatico assassino, qui mette in scena invece una commedia buddy buddy stralunata e surreale che riesce a generare in noi la sospensione dell’incredulità raccontandoci di due pasticcioni e di una mosca gigante. La struttura è quella della catastrofe a ripetizione: i due combinano un guaio dietro l’altro (bruciano un caravan mentre cercano di cuocere qualche pezzo di carne, lasciano che la loro mosca divori con le sue mandibole un ignaro cagnolino.) ma hanno sempre una furbizia istintiva e inconsapevole che consente loro di cavarsela comunque. Loro sono incapaci di rendersi conto della loro stupidità, noi siamo increduli di fronte agli altri personaggi, apparentemente “normali”, che non vedono la stupidità di Manu e Jean-Gab e li trattano come “normali”. L’unica che “vede” e capisce è una ragazza che a causa di un incidente ha subito uno shock ed è costretta a urlare ogni volta che cerca di parlare. È lei che vede la verità e la urla. Ma viene presa per matta e portata via su un’autoambulanza. La diversità viene accettata solo se stupida. Come sono, appunto, Manu e Jean-Gab.

Mandibules non è un film demenziale. Non è punk. Non è neanche l’analogo francese di un film dei fratelli Farrelly. È piuttosto un mix di Gondry (di cui Dupieux è stato assistente), di Buñuel e di Scemo & più scemo. Con la banalità della storia che stride con l’eleganza del linguaggio: la fotografia, ad esempio, è una variazione cromatica su tinte pastello che esplorano tutta la gamma derivabile dal color zabaione andato a male della Mercedes rubata, e i campi lunghi sono di un’eleganza geometrica sorprendente, quasi a voler trasferire nella forma quell’ordine e quel senso che mancano invece ai personaggi e alle situazioni. Per due volte vediamo anche in soggettiva con la visione polioculare della mosca: quando osserva il cagnolino che di lì a poco andrà a deliziare la voracità delle sue mandibole e quando osserva Jean-Gab che le mostra un foglio di giornale con la foto di alcune banane che lui le chiede di andare a rubare da qualche parte. Le troverà, le banane. E le depositerà sul cofano della Mercedes. E allora, solo allora, Jean-Gab si girerà verso la macchina da presa e ci guarderà negli occhi. A significare, forse, che i veri idioti siamo noi, increduli e diffidenti, mentre lui ha creduto fin da subito nella possibilità dell’impossibile e ci ha visto giusto. Bisogna essere molto intelligenti per vedere la verità nascosta nell’assurdo.