Lasciali parlare – La regia di Steven Soderbergh

ARTICOLO DI Gianni Canova

Anche questa volta Steven Soderbergh non smentisce la sua fama di instancabile sperimentatore di forme e linguaggi e di curioso esploratore di tutte le possibilità espressive di cui il cinema può essere capace. Dopo aver realizzato con Unsane un thriller girato interamente con un iPhone 7Plus in due sole settimane di riprese, e dopo che negli Usa la sua serie Mosaic è stata distribuita con un’app che ne rende la fruizione interattiva e non lineare, questa volta si cimenta con una sorta di film-happening che è al contempo anche un omaggio discreto ma partecipe alla memoria del cinema classico. Tre grandi attrici (Meryl Streep, Candice Bergen e Dianne Wiest) imbarcate su una nave da crociera che fa rotta da New York all’Inghilterra. Le riprese durano quanto la traversata oceanica e la nave diventa una sorta di teatro di posa galleggiante che contiene, ospita e lascia decantare i fiumi di parole che legano l’uno all’altro i protagonisti. Unità di tempo e di luogo, dunque, per un film semi-improvvisato, con la sceneggiatura scritta di giorno in giorno, grande spazio lasciato all’estro delle attrici e Soderbergh che lavora quasi senza troupe, e fa al contempo il regista, il montatore e il direttore della fotografia grazie a una piccola cinepresa digitale di nuova generazione chiamata Red Camera. Fin dal titolo, Lasciali parlare è un film “parlato”. Un film fatto di parole. Un film sulle parole. “Ci deve essere un modo migliore di descrivere le cose, di disporre le parole in un modo nuovo, di usare le parole per portarti in un posto oltre le parole”, dice proprio nell’incipit la voce della protagonista Alice Hughes (Meryl Streep). E infatti tutto il film è basato sulla continua ricerca della parola giusta, della sfumatura esatta, del modo migliore di dire quel che le tre amiche – compagne di classe negli anni del liceo – non si sono mai dette nel corso di una vita e che provano a dirsi ora, nei grandi saloni illuminati di un transatlantico di lusso, come quelli che ospitavano certi gioielli del cinema del passato, da Perdutamente tua a La contessa di Hong Kong fino a Un amore splendido. Alice, non più giovane, elegantissima nei suoi foulard di seta, un poco snob, ha vinto un importante premio letterario in Europa, ma dal momento che ha paura di volare decide di raggiungere il vecchio continente via mare, invitando a bordo – come si diceva – anche due amiche che non vede da decenni e a cui è legata da un rapporto fatto di affetto ma anche di rancori sottintesi e malintesi dichiarati (Roberta, ad esempio, è convinta che  il romanzo di maggior successo di Alice sia tra le cause che hanno determinato il suo divorzio e che l’hanno ridotta a fare la commessa in un negozio di lingerie e a cercare di rimorchiare sulla nave anziani danarosi). Tra una cena, un ricevimento e un pettegolezzo, tra una partita a Monopoli e una di scacchi, nel salone delle feste, a bordo della piscina o sul ponte dove prendono l’aria e il sole, le tre parlano, sorridono, alludono, spettegolano, ricordano. Spesso mentono. Quasi tutti mentono. Le parole a volte graffiano, altre accarezzano. Qualche volta (raramente) rivelano, altre volte (più spesso) nascondono. E dal momento che sulla nave ci sono anche un’agente letteraria in incognito e un altro scrittore, autore di best seller di successo che Alice disprezza al contrario delle sue amiche che invece lo apprezzano, le parole spesso finiscono per avere sé stesse come oggetto oltre che come soggetto: si parla delle parole, di come comunicano, di come emozionano. A cosa servono le parole? Lasciali parlare non è un esercizio metalinguistico come tanti se ne sono visti: certo, qua e là si sente aleggiare lo zampino del primo Woody Allen, altre volte la coralità della storia sembra richiamare alla mente la lezione di Altman, ma poi Soderbergh va da un’altra parte, consapevole – per usare la metafora cara ad Alice – di quanto sia difficile “cercare di prendere la luna nel pozzo per la seconda volta”.  Non sapremo mai che storia intende raccontare Alice nel romanzo che non riesce a finire di scrivere. Non sapremo con esattezza chi ha detto la verità e chi ha mentito. Ma come dice Susan (Dianne Wiest), ormai non sappiamo nemmeno più se guardando il cielo di notte vediamo stelle o satelliti artificiali. E allora lasciamoli parlare, questi personaggi. Abbandoniamoci al flusso ininterrotto del loro inseguire amicizie tradite, illusioni perdute, talenti sprecati. Lasciamo che queste splendide attrici attraversino di continuo il labile confine che separa (e unisce) finzione e realtà, cinema e vita. E lasciamo che le storie vadano avanti e non cessino di parlare: perché non è vero quel che dice Alice al lettore che a bordo piscina non cessa un solo istante di leggere l’Odissea: “Un giorno quel libro finirà…”. Non è vero, certe storie, come certi film, non finiscono mai. E il finale, solo apparentemente funereo, lo ribadisce: anche questa volta – come aveva detto Alice nella conferenza sulla nave – accade il miracolo, e “le parole superano ogni limite di tempo, e arrivano a toccare la nostra coscienza”.