La donna alla finestra – La scenografia di Kevin Thompson

ARTICOLO DI Gianni Canova

Rosso e verde. Sono questi i colori più “forti” dentro la bella e austera casa di Manhattan in cui vive reclusa Anna Fox (Amy Adams), psicologa infantile divorata dall’alcol, dagli psicofarmaci e dall’agorafobia. Dopo un trauma che le ha rovinato la vita, Anna non esce più. Parla ad alta voce con il marito e la figlia assenti, divora vecchi film e spia i vicini nella casa di fronte. Rosse e verdi sono le tende del salotto. Rosso il divano e l’ombrello, verde la casa di bambole. Rosso e verde sono anche i colori dominanti di Vertigo di Hitchcock. Non a caso. Perché anche La donna alla finestra è la storia – tra l’altro – di una donna che visse due volte. O forse addirittura di due donne che vissero due volte. Eccessivo? Per niente: perché La donna alla finestra è un film spudoratamente (nel senso positivo!) hitchcockiano. Hitchcockiano e depalmiano insieme. E la scenografia gioca un ruolo decisivo nel far rivivere il fantasma di Hitchcock (o nel fare del film un fantasma hitchcockiano). La casa in cui Anna si è autoreclusa è disposta su tre livelli, esattamente come in Psycho, dove c’erano un sotto/la palude, un pianoterra/il motel e un sopra/la casa della madre: qui c’è un sotterraneo dove vive l’affittuario David, c’è il piano rialzato che dà accesso al fuori e alla strada e ci sono i piani superiori a cui si accede con la maestosa scala di legno che gira a spirale su sé stessa su fino al lucernario (spirale? Di nuovo Vertigo…). Come in La finestra sul cortile, Anna spia le finestre/cornici delle case di fronte, arrivando a usare perfino un teleobiettivo per vedere meglio, proprio come faceva il personaggio di James Stewart in Rear Window. E anche lei vede (o crede di vedere?) un delitto. Ci fermiamo qui. Perché se La donna alla finestra fosse solo questo, se fosse solo un puzzle di omaggi, calchi e citazioni, sarebbe uno dei tanti epigoni di cui è pieno il cinema contemporaneo. Ma non è così. La scenografia di Kevin Thompson (autore, tra l’altro delle scene di Birdman e di Ad Astra) non solo rende labirintici e indecidibili gli ambienti della casa, ma struttura gli spazi in modo che il visibile sia sempre “incorniciato” e almeno parzialmente occluso. Stipiti di porte, infissi, porte socchiuse, finestre, aperture di tende: la scenografia è costruita in modo da operare una continua verticalizzazione dell’immagine pur conservando l’orizzontalità del formato cinematografico. Come dire: grazie al lavoro dello scenografo Kevin Thompson, la regia di Joe Wright (Espiazione, Anna Karenina, Orgoglio e pregiudizio, L’ora più buia) riesce a costruire dentro il formato orizzontale del cinematografo immagini verticali come quelle riprese con il telefono. Perché è il telefono (assieme all’occhio) il vero protagonista del film: il telefono è il vero responsabile dell’incidente che ha causato il trauma di Anna, al telefono Anna registra la sua intenzione di togliersi la vita (in un bellissimo split screen il cui il display del telefono duplica l’immagine di lei che si sta registrando), e ancora il telefono è l’oggetto che il detective in ospedale le lascia sul comodino nel finale. Verticalità/orizzontalità: coincidenza degli opposti? Anche. Ma è un po’ il tratto connotativo del film. Perché una delle cose straordinarie di un film finalmente eccessivo ed eccedente sul piano visivo, così volto a rendere le immagini protagoniste, è la capacità di far coabitare la storia del cinema (e i suoi fantasmi) con il presente della comunicazione audiovisiva digitale. Così nella casa di Anna sugli schermi passano continuamente immagini di vecchi film che lei divora compulsivamente (Io ti salverò, La fuga, Vertigine, oltre al bellissimo screenshot inziale proprio di Rear Window), ma convivono con i formati, i ritmi e le possibilità manipolatorie ormai accessibili a tutti grazie a computer e smartphone. E allora è proprio ingrandendo una foto scattata col telefonino che Anna ha (o crede di avere) la conferma che la donna (Julianne Moore) che lei pensa sia stata uccisa dal marito (Gary Oldman) è entrata davvero un giorno in casa sua, tanto che il suo volto si vede nella foto riflesso nel cristallo di un calice di vino. È stata davvero lì? Chissà. Lei ha detto (o è Anna che pensa che lei abbia detto?) di chiamarsi Jane Russell. Proprio come la diva di Il mio corpo ti scalderà e Femmina ribelle. E le dive, si sa, sono sempre creature di finzione, fantasmi del desiderio e della nostra immaginazione.