The Father – La regia di Florian Zeller

ARTICOLO DI Gianni Canova

Quando tutto frana.

Quando tempo e spazio collassano.

Quando non sai più dove sei e non distingui più il prima e il dopo.

Quando capisci che non capisci più.

Quando corpo e mente divorziano.

Quando la percezione della realtà non coincide più con la realtà.

Mette in scena tutto questo, The Father.

Ma lo fa non raccontandolo e osservandolo dall’esterno,

come altre volte abbiamo visto sullo schermo (ad esempio in Still Alice),

ma dall’interno, facendoci sperimentare la percezione del mondo e di sé stesso

di un uomo anziano che scivola a poco a poco dentro la demenza senile.

Davvero un film coraggioso, The Father. Coraggioso e sperimentale:

ci chiude dentro un elegante appartamento londinese,

lo popola di fantasmi e di ectoplasmi mentali e ci induce a convivere con loro,

a provare lo stesso naufragio della percezione che sperimenta il protagonista,

un anziano ingegnere accudito dalla figlia,

che non riconosce più le persone che gli appaiono davanti,

non ricorda, confonde la figlia e la badante, il genero e l’infermiere,

e precipita bruscamente dentro la tragedia

della perdita delle proprie capacità cognitive.

La prima cosa che gli vediamo smarrire,

e che continuerà più volte a smarrire, è l’orologio. Non a caso.

Perché la perdita della capacità di misurare e controllare il tempo

è il primo sintomo di un’irreversibile deriva.

E mentre noi condividiamo il suo smarrimento,

il suo altalenante oscillare fra consapevolezza e oblio,

nell’elegante appartamento con le porte color avorio e le pareti color caffelatte,

mentre lui ascolta la Callas che canta Casta Diva,

ci rendiamo conto che nemmeno gli oggetti funzionano più:

il rubinetto sgocciola, il lettore CD si rompe, una tazza si spezza.

E forse la casa non è la sua casa, forse è l’appartamento della figlia, forse è una clinica.

L’angoscia sale, lo smarrimento aumenta, il buio cresce.

Anthony Hopkins, alle prese con un personaggio che porta il suo nome

e ha la sua stessa data di nascita (31 dicembre 1937),

non spinge più di tanto sul pedale dell’immedesimazione,

e conserva anzi quel tanto di distacco che gli consente di evitare inutili effetti patetici.

Non è il pathos che hanno di mira regia e sceneggiatura.

Non è la lacrima compassionevole che ti fa sentire buono e comprensivo.

No: quello che Zeller vuole (e che la recitazione di Hopkins consente)

è farci provare cosa si prova.

Cosa prova chi vive questa esperienza e chi gli sta accanto.

Anthony dubita. Di sé. Dei suoi affetti. Dei luoghi in cui vive

(il corridoio di casa a un certo punto si apre sulla stanza di una casa di cura).

Dov’è finito il quadro che testimoniava l’esistenza di una seconda figlia?

L’aveva solo sognato? Eppure, ha lasciato un alone sulla parete.

Memoria labile, memoria flebile.

Vuoti di memoria, tracce mnestiche, labirinti memoriali.

Fra salti e buchi, con loop temporali che spiazzano e disorientano,

The Father è un film IMPERDIBILE.

E il finale è uno dei momenti più alti che il cinema abbia raggiunto

nella comprensione del nostro destino creaturale:

piange, alla fine, Anthony. Evoca la mamma.

E abbraccia l’infermiera. E nell’immagine di questo vecchio uomo

che torna bambino, e dice che gli sembra di perdere tutte le sue foglie,

ci sentiamo finalmente in lui e con lui,

mentre la macchina da presa di Florian Zeller, pudicamente,

scivola fuori dalla stanza.

Via. via dai singhiozzi, via via,

via dalla solitudine, via dalla paura, fuori, fuori,

là dove ci sono alberi verdi e dove alita potente il soffio della vita.

L’immagine finale è potente e struggente: come nel finale

di L’avventura di Antonioni qui non sono solo gli attori che recitano,

qui recitano anche il vento, e le foglie, e le fronde degli alberi,

e il cielo, e la nuda vita.