Il cattivo poeta – La sceneggiatura di Gianluca Jodice

ARTICOLO DI Gianni Canova

Sembra un vampiro. Calvo, curvo, chiuso nella penombra delle stanze del Vittoriale, Gabriele D’Annunzio non esce mai. È vecchio, stanco, e anche un po’ iroso. Lo riconosce lui stesso: “Ormai sono vecchio. E i vecchi amano solo la loro sopravvivenza. Per lo meno non sono gobbo come il recanatese”. Strano film, questo Il cattivo poeta, prodotto da Matteo Rovere e Andrea Paris e fotografato – anche stavolta in maniera magistrale – da Daniele Ciprì. Un po’ biopic, un po’ romanzo di formazione, un po’ spy story. Biopic perché la sceneggiatura ricostruisce con rigore storico-filologico, e avendo come location principale proprio il Vittoriale sul lago di Garda, gli ultimi anni della vita del poeta-vate, nel periodo in cui prende le distanze da Mussolini e dal fascismo a mano a mano che vede consolidarsi l’infame alleanza con quello che egli stesso definisce “il ridicolo nibelungo truccato da Charlot”. Il romanzo di formazione è invece quello del giovane federale bresciano Giovanni Comini, chiamato a Roma da Starace e incaricato di spiare da vicino il poeta per riferire a Roma ogni sua neventuale forma di dissenso dalle scelte del regime. Comini, fascista convinto ed entusiasta, comincia a frequentare il Vittoriale, entra in confidenza con D’Annunzio, è affascinato dal suo carisma e finisce per condividere la sua progressiva presa di distanza dalle scelte del Duce. Ma proprio l’iniziale motivazione del rapporto fra i due innesca il terzo registro che si intreccia nella sceneggiatura, quello spionistico: Il cattivo poeta pullula di spie, rapporti confidenziali, soffiate malevole, agenti segreti, possibili tradimenti e traditori variamente mascherati.

Al suo esordio nel lungometraggio, Gianluca Jodice convince Sergio Castellitto ad assecondare di nuovo quella vocazione (o quell’ossessione?) mimetica che l’ha portato in passato a interpretare Padre Pio, Fausto Coppi, Enzo Ferrari o Don Lorenzo Milani e che lo spinge ora a indossare la divisa e la postura di D’Annunzio in un’impresa più difficile di tutte le altre: provare a raccontare non solo il crepuscolo di un poeta ma anche e soprattutto il fascismo da dentro, sulla scia di quanto ha fatto recentemente Antonio Scurati con il romanzo M. il figlio del secolo o di quello che fece a suo tempo Bernardo Bertolucci adattando per il grande schermo Il conformista di Alberto Moravia. Proprio questo film è forse il riferimento più immediato per capire la prospettiva da cui hanno preso le mosse anche la sceneggiatura e la regia di Jodice: là come qui il potere comunica prima di tutto con l’imponenza delle architetture e la potenza delle scenografie. Palazzi austeri (dalla sede del Fascio di Brescia alla stazione di Porta Nuova di Verona), colonnati imponenti, pavimenti lucidi, marmi e pietre, balaustre e scaloni d’onore: il fascismo trasferisce nella pietra la sua idea di forza e la sua narrazione di potenza, tanto da far sembrare gli umani che si muovono dentro i palazzi del potere piccole pedine irrilevanti in un gioco che spesso li trascende. E mentre nella colonna sonora risuonano canzoni d’epoca (Ma cos’è questa crisi?, Quel motivetto che mi piace tanto, A’ Vucchella), e il racconto procede per capitoli emblematicamente intitolati (Primavera 1936, L’incarico; Autunno 36, I topi; Autunno 37, Disobbedienza; Inverno 38, Buio), Castellitto si aggira nella penombra ambrata delle stanze del Vittoriale come un fantasma, regalando a Comini raffinate e provocatorie riflessioni sul potere e sull’italianità. Una per tutte: “Abbiamo tutti bisogno di un balcone dal quale recitare la parte dei protagonisti. La differenza è che ci sono buoni attori e cattivi attori. E agli italiani piacciono soltanto le cattive rappresentazioni”.