Nomadland – La recitazione di Frances McDormand

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ci vogliono quasi due ore per vederla piangere. Prima, persa nel vuoto cosmico del paesaggio americano, nomade per scelta e non per necessità, Fern nasconde tormenti e sentimenti dietro l’apparente impassibilità del volto dell’attrice che le dà vita, la grandissima Frances McDormand. Volto enigmatico, volto laconico, volto sfingeo. Segnato da increspature, da piccole rughe, da deboli e quasi impercettibili sorrisi, ma quasi sempre indecifrabile. Perché Fern pratica la dissimulazione dei sentimenti e fa della conquista dell’anaffettività la condizione necessaria (anche se non sempre sufficiente) per sopravvivere in un mondo e in un tempo che ai sentimenti e agli affetti sembrano non riconoscere il diritto di cittadinanza. Dopo che la fabbrica in cui lavorava a Empire, nel Nevada, ha chiuso i battenti, dopo che suo marito Bob è morto, dopo che lo stato ha cancellato perfino il CAP della località in cui viveva da trent’anni, Fern ha preso le sue poche cose ed è andata via: ora è una houseless, ma non una homeless, non ha una casa ma non è una senzatetto. Il suo camper è la sua casa, la strada la sua patria. Quando incontra qualcuno e avverte la possibilità di un legame, di un affetto, di un’amicizia, subito si allontana. Lo fa con Swankie, con Linda, con Dave. Gira nelle lande desolate. Abita albe livide e tramonti di fuoco. Si perde nel vuoto di pianure innevate e di deserti pietrosi. Si fa paesaggio. Nessun’altra attrice avrebbe saputo fondersi con il paesaggio americano, ed entrare in simbiosi con esso, come sa fare Frances McDormand in questo film. Giù giù, in fondo a inquadrature che la sovrastano, Fern si abbandona alla vertigine di campi lunghissimi in cui si mimetizza. Un po’ come faceva Harry Dean Stanton in Paris, Texas di Wim Wenders: perché Nomadland è un film a suo modo wendersiano, se non altro per l’innocenza e la purezza con cui l’America offre e rivela se stessa allo sguardo di chi viene da fuori, dall’Europa (il tedesco Wenders) o dall’Oriente (la cinese Chloé Zhao). Fern, come certi personaggi wendersiani, è nomade nell’anima. Glielo ricorda esplicitamente sua sorella: “Fern fa parte della tradizione americana…”. Tradizione di nomadi, pionieri, esploratori, migranti. Ma lei non si limita ad abitare il paesaggio, e a percorrerlo (“I like walk”, dice), si consustanzia a lui. C’è una scena molto bella che lo rivela: quella in cui Dave, prima di andarsene, le lascia fuori del camper, come regalo, un pezzo di roccia pieno di buchi. Lei lo prende in mano, lo rigira su se stesso e poi lo usa come una sorta di rudimentale mirino per inquadrare il paesaggio davanti a lei. Paesaggio pieno di buchi. Come la sua anima. Come il suo volto. Occhi-voragine, orecchie-cavità, labbra-fessure. Quando visita il National Grasslands e si perde tra le rocce rosa labirintiche e forate, il suo volto circondato da rocce diventa roccia a sua volta: circondata da stratificazioni generate da secoli di geologia, fa del suo volto la stratificazione di secoli di antropologia. E in ciò, in questa sintonia con la mineralità del paesaggio (e della vita?), sta la peculiarità del personaggio di Fern: che è sicuramente meno radicale, meno deliziosamente scorretto di quello a cui la McDormand aveva dato vita in 3 manifesti a Ebbing, Missouri e meno originale della poliziotta incinta di Fargo (gli altri due film che le hanno fatto vincere l’Oscar), ma sicuramente più epocale, più capace di assumere e sintetizzare in sé la temperatura emozionale del nostro tempo e del nostro mondo. Così Fern diventa l’involontaria portabandiera di un’America fatta di solitari, balordi, disillusi, irriducibili e inassimilabili che vivono di lavori avventizi e preferiscono le lande desolate alle “delizie” della civiltà. Americana che più americana non si può. Non a caso, nel finale, torna nella sua casa ed esce fuori verso il deserto come faceva John Wayne nella più celebre inquadratura fordiana di Sentieri selvaggi. Con una differenza: uscendo fuori, John Wayne aveva un mondo da costruire, Fern ha solo il deserto pietrificato attorno a un paese che non c’è più.