Minari – La sceneggiatura di Lee Isaac Chung

ARTICOLO DI Gianni Canova

L’acqua e il fuoco. Sono loro i veri protagonisti di Minari, il bel film scritto e diretto da Lee Isaac Chung che racconta l’american dream di una famiglia di migranti coreani trasferitisi dalla California in Arkansas alla ricerca di una vita migliore. Acqua e fuoco aprono e chiudono la storia, quasi a ricordare che non c’è progetto umano che possa illudersi di evitare il confronto con la natura.

All’inizio, appena Jacob e la sua famiglia prendono possesso della loro nuova casa sulle ruote in mezzo ai campi, vengono minacciati e terrorizzati dalla violenza acquatica di un tornado. Alla fine è il fuoco – non possiamo rivelare come e perché si manifesta – che si abbatte in maniera traumatica su un racconto tutto tramato e scandito dalla ricerca dell’acqua e dalla sua mancanza. Il capofamiglia, che vuol coltivare in Arkansas (“la terra migliore d’America!”) ortaggi coreani da vendere ai 30.000 connazionali che ogni anno emigrano dalla Corea nell’America degli anni Ottanta (la storia si svolge durante la presidenza Reagan), per trovare l’acqua necessaria a irrigare i campi prima chiede aiuto a un rabdomante, poi scava una fossa con le sue mani, quindi allestisce tubature di fortuna, infine si allaccia all’acquedotto della contea. Intanto in casa manca l’acqua, dai rubinetti scende un intruglio color terra, ma il cardiologo dice ai genitori che la cardiopatia del figlio minore sta guarendo grazie ai prodigi medicamentosi dell’acqua dell’Arkansas. Acqua che appare, acqua che scompare. Acqua che cura, acqua che danna. Acqua che scorre, acqua che stagna.

Lee Isaac Chung costruisce tutta la sceneggiatura in modo fluido, riempiendo la storia di liquidi (gli intrugli coreani che la nonna vuol far bere al nipotino, la pipì che il ragazzino – quasi per contrappasso – fa bere alla nonna) e fa della lotta contro l’aridità quasi una metafora del mondo.

E’ una storia semplice, Minari. Una storia “dritta”. Come la Straigth Story, di David Lynch, a sua volta deliziosamente agreste, nomade e provinciale. Ma si tratta di una semplicità e di una linearità che sono difficili a farsi. Ci vogliono maestria, mestiere, passione e tanta padronanza delle tecniche del racconto e della messinscena per costruire una storia così. Ci vuole un grande lavoro di “levigazione” sull’intreccio, sugli attori, sui dialoghi, sui paesaggi, sulla fotografia. Guardate anche solo la sinfonia di verdi che esplode nei campi dell’Arkansas. Guardate il lavoro di “sessatori di pulcini” per cui marito e moglie vengono assunti in un allevamento di polli (i pulcini maschi di qua, le femmine di là: i maschi, che non depongono uova, non hanno un buon sapore, non producono nulla, vengono scartati e bruciati, in una sorta di forno crematorio di pulcini: altra bella metafora, non c’è che dire!).

Guardate il personaggio di Paul, il vecchio contadino reduce dalla guerra di Corea, che se ne va in giro trascinando una croce sulle spalle, perché ognuno ha la sua, e l’importante è sapere di averla, e di doverla portare. Ma guardate soprattutto il personaggio della nonna, interpretata da quella splendida un’attrice giustamente premiata con l’Oscar che è Yoon Yeo-jeong: va in giro con un sacco pieno di peperoncino in polvere, uno pieno di acciughe secche, uno con dei soldi, non ci sa fare con i bambini, non sa cucinare, gioca a carte, sputa castagne, guarda gli incontri di boxe, indossa mutande da uomo, parla di piselli rotti, impreca, eppure ci si innamora di lei perché non fa nulla per piacere a qualcuno, è semplicemente incapace di essere una persona diversa da quella che è. Alla fine, il film cui dice che la vita è costantemente bilanciata fra quello che devi dare per avere qualcosa e quello che darai quando qualcosa arriverà. Per riottenere l’armonia si passa per una catastrofe. Per ritrovarsi, ci si perde. Marito e moglie si ritrovano solo dopo una disgrazia, David si affeziona alla nonna dopo aver rischiato di perderla. E il “minari” (una sorta di prezzemolo coreano, molto usato come condimento) cresce rigoglioso là dove l’acqua c’era già da sempre, e regala la sua fragranza alla nonna che l’ha portato con sé dalla Corea per regalarlo ai suoi familiari. E’ tutto un gioco di dare e avere: ed è in questa difficile equilibrio che si tesse e si consuma non solo la trama del film, ma forse – suggerisce Lee Isaac Chung – anche la trama delle nostre vite.