Governance – Il prezzo del potere – La recitazione di Massimo Popolizio

ARTICOLO DI Gianni Canova

Fin dalla prima immagine lo vediamo riflesso in uno specchio. Sdoppiato. O duplicato. Sarà così per quasi tutto il film: Renzo Petrucci (Massimo Popolizio), top manager di un’azienda petrolifera multinazionale, abilissimo intrallazzatore e organizzatore di affari sempre al limite della legalità, è uno di quei personaggi che abbisognano di essere osservati da punti di vista sempre plurimi e diversi. E infatti la regia dell’italo-francese Michael Zampino si inventa di continuo superfici riflettenti (lo specchietto retrovisore dell’automobile, la superficie laccata del tavolo di lavoro, il vetro della finestra a cui si accosta con aria meditabonda) per moltiplicare i possibili punti di osservazione del personaggio.

Specchi e vetri non servono a lui (che non si specchia e non si guarda quasi mai, non a caso), ma a noi, che siamo indotti di continuo a vederlo da punti di vista inconsueti e inusuali. Anche se lui, al fondo, rispecchia e incarna un modello socio-antropologico tutt’altro che inconsueto: quello dell’uomo di potere che incessantemente trama, bara, sfugge, si maschera, minaccia e rassicura. Nel suo mondo fatto di ricatti, di menzogne e di spietatezze senza fine, lui è un campione assoluto: quando il suo ruolo viene insidiato da una ragazza francese in carriera, portatrice di idee nuove ed eco-sostenibili, lui non esita a lasciarla morire tra le fiamme e le lamiere della sua auto, che si è capovolta dopo che lui ha contributo con la sua guida a farla uscire di strada.

“Non ho nessun rimorso, io”, tuona tronfio verso la fine del film. Sarà anche vero, ma di scheletri nell’armadio ne ha molti, e il suo vero lavoro consiste nel nasconderli mentre ne produce di nuovi. Governance-Il prezzo del potere è l’anatomia di un uomo senza scrupoli, senza rimorsi e senza morale. Ma come nella grande tradizione della commedia all’italiana, non è lui ad essere un mostro disgustoso in una società tutto sommato sana: a modo loro i personaggi che lo circondano sono tutti mostri, tutti complici, anche i poveri, perfino i preti, che non dicono ciò che vedono e ciò che sanno per paura di perdere anche quel poco che hanno.

Massimo Popolizio è portentoso nel rendere questo piccolo squaletto petrolchimico abile nell’aprire stazioni di servizio anche in aree dove non se ne sentiva la necessità e a corrompere chiunque con le armi del ricatto, delle tangenti e del denaro. Gli bastano pochi tratti per rendere la cattiveria subdola e meschina del personaggio: guardate anche solo l’avidità con cui mangia (sempre con le mani, famelico, devastato da un’ingordigia che non è ovviamente solo alimentare), ma osservate anche come si rabbuia, come sa fra transitare il viso dal ghigno al sorriso, dalla promessa alla minaccia, o anche come reclina il capo all’indietro, e volge le pupille verso l’alto, secondo una semiotica gestuale molto semplice ma anche molto efficace.

Qualcuno l’ha definito un personaggio “gassmaniano”. Vero? Probabilmente un po’ sì e un po’ no. Con certi personaggi gassmaniani (il Bruno Cortona di Il sorpasso, ad esempio), Petrucci condivide la spavalderia un po’ tronfia, ma ha perso (definitivamente ?) il candore e l’innocenza. Non c’è nessuna innocenza in Petrucci: c’è cattiveria, spietatezza, inganno. Non simpatizziamo mai per lui. Non ha nemmeno la statura epica e un po’ diabolica del finanziere interpretato da Alessandro Borghi nella serie Diavoli. Anche il Male non lo fa mai fino in fondo. È un piccolo borghese anche in questo. Mediocre, un po’ meschino. Solo nel finale si riscatta, forse, e assume una statura davvero shakespeariana: dopo aver celebrato nel giardino della sua villa la festa per i 18 anni di una figlia che non ha mai amato e accettato fino in fondo perché zoppa, lo vediamo solo, seduto in un angolo, con il capo reclinato. Non sappiamo come andrà a finire. Non sappiamo se l’indagine della magistratura andrà avanti o finirà insabbiata. Non sappiamo se qualcuno degli invitati-ricattati si deciderà a parlare.

Tutto è come sospeso, mentre nella banda sonora risuonano colpi forti e secchi. Colpi di martello? Cosa significano? Cosa suggeriscono. L’interpretazione è libera. Certo è che hanno qualcosa del rumore delle campane quando suonano a morto