L’amico del cuore – La colonna sonora di Rob Simonsen

ARTICOLO DI Gianni Canova

“C’è un modo un cui vuoi farlo?”. La macchina da presa è su Matt (Casey Affleck) seduto su una sedia accanto al letto in cui giace la giovane moglie Nicole (Dakota Johnson), ormai in fin di vita per un cancro terminale.  Lei è fuori campo. Sentiamo solo la sua voce. Marito e moglie discutono su come comunicare alle due figlie che la mamma sta per morire. Lei, la madre, non vuole dare false speranze alle bambine. Bisogna avere il coraggio di parlare. In piano sequenza, lentissimamente, la macchina da presa allarga il campo. Vediamo la fronte di lei comparire nell’angolo superiore destro dell’inquadratura, poi quasi tutto il suo volto di profilo. Il marito si alza per chiamare le figlie. Stacco. Ora l’inquadratura è frontale su Nicole: foulard in testa, espressione provata, la donna piange.

Comincia così L’amico del cuore, prodotto da Ridley Scott, diretto da Gabriela Cowperthwaite e ispirato a una storia vera che il marito giornalista ha raccontato in un articolo pubblicato su Esquire dopo la morte della moglie per ringraziare l’amico Dane (Jason Segel) per l’aiuto che ha dato alla coppia nei giorni terribili e durissimi dell’appressamento della morte. Non c’è musica nella straziante scena appena descritta: il film lavora di sottrazione, non pigia sul pedale del patetico e anche la colonna sonora di Rob Simonsen interviene con discrezione, con pudore, quasi. Il tema Life and Death, con tutte le sue variazioni – spesso solo pianoforte, brevi fughe musicali rapide e dolci – va ad esempio sulle immagini che evocano ricordi della vita felice prima della diagnosi, mentre non ci sono temi musicali legati ai momenti più strazianti e dolorosi della storia.

Diagnosi: è questa la parola-chiave attorno a cui si articola tutta la sceneggiatura. La diagnosi del male – mai direttamente mostrata o raccontata, sempre solo allusa, evocata, commentata – è la “catastrofe” attorno a cui ruotano e giostrano i flashback e i flashforward che scandiscono la narrazione, sempre introdotti da precise didascalie. “Estate 2008, 4 anni prima della diagnosi”. “Primavera 2013, un anno dopo la diagnosi”. “Dicembre 2012, anno della diagnosi”. E così via. Il racconto va avanti e indietro nel tempo e la musica aiuta – ma non enfatizza – i passaggi temporali. Nella prima parte, ad esempio, gli interventi musicali sono prevalentemente legati al personaggio di Dane. Quando lui è in auto con le figlie di Matt e Nicole per portare a sopprimere il cane a sua volta malato di cancro la musica interviene con qualche lieve arpeggio di chitarra, mentre poco dopo quando lui rientra in casa è il pianoforte ad accompagnarlo, con pochi accordi, a volte anche soltanto una nota. E’ il tema Friend, variation 1, che connota con più variazioni proprio il personaggio dell’amico, le sue apparizioni, i suoi nodi emozionali.

Interessante anche l’uso di brani di repertorio scelti per la compilation del film: quando Matt va in auto di notte verso Atlanta per un importante appuntamento di lavoro è Sitting Still dei R.E.M. a scandire l’euforia e la tensione del giovane giornalista, mentre quando è in auto con le due figlie cantano insieme Call Me, Maybe di Carly Rae Jopsen (e proprio il titolo del brano sarà la frase che Dane scriverà su un biglietto prima di andarsene dopo la morte di Nicole).

Molto suggestivo e funzionale è poi l’uso di brani dei Led Zeppelin, che Nicole prima della diagnosi – ancora ignara di quello che le stava per succedere – aveva definito “il più grande gruppo rock di tutti i tempi”. Ecco allora che quando lei fa la “lista” delle cose che ancora vorrebbe fare prima di morire (“Voglio andare ancora una volta a New York a vedere Les Misérables, voglio i capelli blu, voglio rileggere tutti i miei libri preferiti, voglio essere la cerimoniera del carnevale….”) nella colonna sonora parte Rumble On dei Led Zeppelin, con un verso martellante e struggente (But Now It’s Time for Me to Go, “Per me è ora di andare”), mentre quasi alla fine Dane fa ascoltare in cuffia a Nicole Going to California sempre dei Led Zeppelin, anche in questo caso con un verso molto “in situazione (“Dico a me stesso che non è così dura come sembra”).

Invece non c’è musica quando Nicole se ne va. Perché scivola via in silenzio. Con sobrietà. Con discrezione. Nessuna enfasi. Rispetto e disincanto. Solo dopo, mentre Matt cerca di elaborare un lutto durissimo e inaccettabile, la vediamo cantare: bionda, in controluce, con un vestitino rosso, intona struggente If I Had the World To Give. E anche questa volta, davvero, è un brano che contribuisce alla costruzione del senso del film. E non solo all’elaborazione del lutto.