Sound of Metal – Il sonoro di Nicolas Becker & Co.

ARTICOLO DI Gianni Canova

Il fruscio del vento che spira tra le spighe di grano. Il rombo lontano di un aereo che sfreccia nel cielo. Il ronzio quasi impercettibile emanato dai cavi in cui scorre l’energia elettrica. È punteggiato da momenti come questi, Sound of Metal : immagini e suoni del tutto superflui e inessenziali da un punto di vista narrativo, ma imprescindibili sul piano drammaturgico. Perché è in queste pause, in questi vuoti, che il film dell’esordiente Darius Marder concentra una delle sue possibili chiavi: l’invito – rivolto a noi tutti – a reimparare ad ascoltare. A captare i suoni impercettibili del mondo. A cominciare da quelli a cui di solito non prestiamo attenzione.

Candidato a sei premi Oscar, Sound of Metal mette in scena la brusca e improvvisa caduta nella sordità di un batterista che si trova a doversi confrontare con la propria incapacità di percepire i suoni e a dover scegliere se cercare di recuperare l’udito attraverso la delicata applicazione di una protesi artificiale o se accettare la sordità come sua nuova condizione percettiva, psicologica ed esistenziale.  Di film sui sordi e sulla sordità è piena la storia del cinema (basta pensare – per citare anche solo due casi molto noti – a Figli di un dio minore e a La famiglia Bélier, è per non parlare dello straordinario documentario di Nicolas Philibert Nel paese dei sordi), ma l’originalità di Sound of Metal sta nel fatto che non si limita a descrivere e a raccontare cosa accade al protagonista, ma lo fa provare anche a noi, ci fa sperimentare cosa significa trovarsi immersi in un mondo senza suoni.

Il sound design del film è costruito infatti in modo da farci entrare e uscire continuamente dalla soggettività percettiva del protagonista: da lontano, nei campi lunghi o lunghissimi, percepiamo i rumori del mondo, quelli che sentono in ogni istante coloro che non hanno problemi di udito, ma da vicino, nei primi e nei primissimi piani, spesso realizzati con la camera a mano, sentiamo esattamente come è presumibile che senta Ruben, il batterista: suoni ovattati, bisbigli, scie di suoni lontani, brusii di conversazioni incomprensibili, silenzio. Oppure – nella seconda parte del film, quando interviene il “sound of metal” del titolo – suoni metallici, clangori, stridori, cacofonie di rumori assordanti che devastano l’orecchio e il cuore. Non c’è musica extradiegetica nel film: tutta la colonna sonora è costruita lavorando sui rumori e sui suoni d’ambiente, secondo una partitura che cerca continue soggettive e semi-soggettive sonore per mandarle in rotta di collisione con il caos rimbombante del mondo, in un impasto ritmico e acustico che merita senz’altro l’Oscar.

Dal punto di vista narrativo, Sound of Metal segue in maniera abbastanza canonica la struttura del mélo: la sordità improvvisa è l’imprevisto che rompe l’equilibrio fra Ruben e Lou, coppia nella vita e sul palco (formano il duo Blackgammon), abituati a vivere nomadi a bordo di un camper, e a esibirsi di concerto in concerto (lei canta, lui aggredisce con rabbia i piatti e i tamburi della batteria), in un rapporto simbiotico per cui lei ha salvato lui dalla tossicodipendenza e lui ha salvato lei dalla depressione. Ma quando lui si scopre sordo, e si dispera per non riuscire più a sentire nemmeno il rumore dell’acqua nella doccia o quello del frullatore in cucina, si rifugia in una comunità di sordomuti guidata da un reduce dal Vietnam, a sua volta sordo, mentre lei se ne torna in Francia negli agi della sua famiglia borghese.

Sarebbe stato facile, con queste premesse, spingere sul pedale dell’eccesso e dello strazio, ma il film non lo fa, evita ogni patetismo e sceglie piuttosto di confrontarsi con un elemento drammaturgicamente difficile come il silenzio. E mentre il suono e/o la sua assenza diventano centrali, la regia di Darius Marder lavora sulle forme per trovare correlativi oggettivi al disagio e al dolore del protagonista: così, ad esempio, Ruben – che ha tatuata sul petto la scritta “Please Kill Me” – sfoga la sua rabbia distruggendo una ciambella (forma chiusa, tonda, impenetrabile), mentre si riapre al mondo quando seduto in fondo a uno scivolo comunica con un bambino che è arrampicato in cima allo scivolo medesimo, e sente le vibrazioni che Ruben produce picchiando con le mani sul metallo. Sentire con dita. Sostituire il tatto all’udito, come in quell’altra bellissima sequenza in cui tutti i bambini sordi hanno le mani appoggiate su un pianoforte a coda, e cercano di captare i suoni con le mani. Come esploratori nel territorio frastagliato dei suoni, ci muoviamo nell’universo del film sperimentando tutta la gamma  di sfumature acustiche possibili.

E alla fine, dopo che Ruben si è esposto ai rumori del mondo, capiamo perfettamente la sua scelta, e restiamo lì, con lui, su quel primo piano, immobile, sospesi sull’orlo di un silenzio che sappiamo essere al tempo stesso irresistibile e terribile.