Red Dot – La sceneggiatura di Alain Darborg e Per Dickson

ARTICOLO DI Gianni Canova

Il volto è una maschera di sangue. Cola dal labbro, dal naso. Ha incrostato barba e baffi. L’uomo respira affannosamente e guarda in basso. Dall’occhio destro gli cola una lacrima. Nel fuoricampo si sente il rumore secco del caricatore di un fucile. Lui alza gli occhi e guarda davanti a sé: “Non è stata colpa sua”, rantola. Stacco.

La macchina a mano segue di spalle, sobbalzando, una ragazza che corre nel bosco innevato. La macchina da presa le si avvicina di fianco e vediamo che anche lei è sporca di sangue.  Un altro stacco brusco e lo schermo va a nero. Comincia dalla fine Red Dot, seconda regia dello svedese Alain Darborg. Ci fa vedere subito quale sarà il finale. Giusto per avvisarci e allertarci: i due giovani – che nella prima sequenza dopo quella descritta vedremo festeggiare la laurea di lui in ingegneria e subito dopo farsi in modo singolare una promessa di matrimonio – non vivranno un’unione felice. Questo incipit ci lascia intendere che i due finiranno vittime di qualcosa o di qualcuno che metterà in pericolo le loro vite. E in effetti la prima parte del film – scritto dal regista insieme a Per Dickson – sembra confermare questa ipotesi: partiti per una vacanza nel Nord della Svezia, nella Valle degli Orsi, con l’intento di andare a vedere l’aurora boreale (e di rafforzare un legame che già dopo poco più di un anno mostra qualche segno di cedimento), i due incapperanno in una catena di “incidenti” predisposti ad arte dalla sceneggiatura che li confermerà quali candidati ideali al ruolo di vittime sacrificali. Arrivati al nord subiranno l’ostilità degli indigeni nei confronti degli stranieri e si vedranno oggetto di insulti razzisti per via del colore della pelle di lei.

Lei reagirà rigando la portiera dell’auto del bieco razzista. Piccola ripicca, in apparenza. Ma poco dopo, isolati in piena notte in una tenda piantata sulla neve in mezzo al nulla, si accorgeranno che un red dot (il puntino rosso di un raggio laser) li sta puntando. Qualcuno li pedina, li spia, li spaventa: si innesca così una escalation di violenza sadica e brutale, che sfocerà nel sangue e nel terrore.

Ambientato nei paesaggi quasi metafisici del grande nord, tra distese immense di neve e alberi spogli, in mezzo a un natura indifferente se non ostile, con una nebbia biancastra che spesso offusca la vista e rende arduo vedere bene lo spazio circostante, Red Dot va avanti per quasi un’ora come un canonico thriller in bilico fra il survival e il revenge movie.

Ma Red Dot non è la versione svedese di Un tranquillo weekend di paura. La sorpresa – il turning point – arriva circa a venti minuti dalla fine: non lo si può e non lo si deve rivelare, ovviamente, ma si può dire che cambia totalmente le carte in tavola e obbliga a rivedere in una luce diversa quello che avevamo visto fino a quel momento.

Come in tutto il filone del thriller nordico, anche in Red Dot innocenza e colpa non sono poi così nitidamente separabili. Così come i ruoli di vittima e carnefice. Il finale è sospeso solo in apparenza: ci dice in realtà che non sempre la morte è la più feroce delle pene. Può esserci anche di peggio: e il protagonista di Red Dot ne sa qualcosa.