Il processo ai Chicago 7 – La sceneggiatura di Aaron Sorkin

ARTICOLO DI Gianni Canova

È molto più che un courtroom drama, il film di Aaron Sorkin Il processo ai Chicago 7. Il processo c’è, e costituisce l’architettura portante del film. Ma accanto ad esso, infiltrati nell’intreccio, ci sono anche la ricostruzione accurata di una pagina importante (anche se in parte rimossa) della storia degli Stati Uniti e l’analisi non superficiale delle varie anime che nel fatidico 1968 coabitavano e spesso confliggevano nella galassia della sinistra radicale americana. Nell’agosto 1968, dopo che il presidente Johnson, a fine mandato, ha scatenato una escalation senza precedenti nell’impegno militare in Vietnam e sono decine di migliaia i giovani americani mandati a morire in Indocina, alcuni gruppi di opposizione – che comprendono gli Studenti per una Società Democratica, gli hippies e i socialisti umanitari, con una presenza defilata ma significativa delle Pantere Nere – decidono di ritrovarsi a Chicago e di “assediare” il luogo in cui si tiene la Convention del Partito Democratico per fare pressione a favore della fine della guerra.

La manifestazione sfocia in violentissimi scontri con la polizia, moltissimi ragazzi vengono feriti. Qualche mese dopo, con Nixon eletto alla Presidenza degli Stati Uniti, il nuovo Procuratore Generale decide di portare a processo 7 manifestanti considerati i leader della protesta (“Studentelli petulanti e pericolosi”, li chiama) e incarica un giovane brillante avvocato di occuparsi della pubblica accusa. Il mandato è chiaro: “Lei, signor Schultz, li demolirà e vincerà, perché è questo che ci si aspetta da lei”.

Fin dall’inizio la sceneggiatura di Aaron Sorkin mette le carte in chiaro ed esprime il punto di vista a partire dal quale narrerà quello che segue: il processo ai Chicago 7 (che poi sono 8, perché accanto a loro, senza avvocato, sempre zittito, una volta anche picchiato, legato e imbavagliato, c’è anche il leader delle Pantere Nere Bobby Seale) è una montatura giudiziaria, è un processo “a tesi”, dove al giudice (un Frank Langella odioso, fazioso e pasticcione) e alla corte non importa l’accertamento della verità ma la punizione esemplare.

Per ricostruire i fatti Aaron Sorkin (già sceneggiatore di The Social Network e Codice d’onore) struttura una sceneggiatura in cui ci sono ben 11 personaggi a cui viene affidata di volta in volta la rievocazione dell’accaduto: i 7 imputati, il leader delle Pantere Nere, il Giudice, il Pubblico Ministero e l’avvocato della difesa (uno strepitoso Mark Ryalance, capello lungo e sguardo disincantato, tenace, combattivo, citato ripetutamente per oltraggio alla Corte e tuttavia indomito e inarrestabile, pur nella consapevolezza di essere un avvocato delle cause perse).  Mentre uno di loro parla, ricorda o testimonia, le immagini mostrano la ricostruzione di quello che il personaggio sta dicendo e su queste immagini funzionali il montaggio innesta spesso immagini d’archivio in bianco e nero che offrono un supporto documentale a ciò che stiamo vedendo.

Complessa, stratificata, capace di passare dal registro drammatico a quello ironico e sarcastico, la sceneggiatura di Aaron Sorkin (giustamente candidata all’Oscar, assieme ad altre 5 nominations: film, fotografia, montaggio, canzone e attore non protagonista a Sacha Baron Cohen) è un esempio riuscito di narrazione plurifocalizzata dal punto di vista dei narratori interni , ma con un solido punto di vista esterno e onnisciente (quello dello stesso Sorkin) che non simula finte (e impossibili) imparzialità, ma prende posizione, denuncia le incongruenza di un processo farsa, ricorda come furono eliminati con la scusa di proteggerli i giudici popolari che mostravano comprensione per gli imputati, stigmatizza beffardamente il comportamento vergognoso del giudice Hoffman, regala agli imputati battute di raffinata efficacia e raggiunge il climax quando viene impedito alla Giuria di ascoltare la deposizione dell’ex-procuratore (Michael Keaton) che addossa alla polizia la responsabilità degli scontri.

Si respira un’aria da cinema civile anni ’70, fra Tutti gli uomini del presidente e I tre giorni del Condor: lucido e arrabbiato, capace di riportare alla luce il rimosso di un paese e di mostrare di cosa sia capace il potere (anche un potere sedicente “democratico”) pur di schiacciare e zittire chi lo contesta. Qualche critico, altezzoso e supponente, si è chiesto a cosa mai possa servire un film così. A quelli come lui, a quelli che sanno (o credono di sapere) già tutto, e che hanno chiaro in testa – beati loro – quali sono i film che possono servirci, probabilmente un film come Il processo ai Chicago 7 non serve a nulla.

Agli altri, a tutti noi, serve a conoscere, ricordare e empatizzare. E a capire una volta di più, dopo esser stati inchiodati allo schermo per più di due ore, che la giustizia è sempre amministrata dagli uomini e proprio per questo è molto difficile che sia davvero uguale per tutti.