Week end col cinema: non solo a Hollywood il cinema guarda finalmente con attenzione all’inclusione e alla diversità. Agli Oscar® per la prima volta due registe in ‘cinquina’. Da Los Angeles alla Croisette, Spike Lee sarà Presidente della prossima Giuria di Cannes.

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Si avvicina, dopo l’annuncio delle candidature, la cerimonia degli Oscar®. E aspettando -il 25 Aprile prossimo- il verdetto di questa 93.ma edizione anche i grandi premi di Hollywood sentono finalmente l’aria che sta cambiando nel cinema come in tutto il mondo su temi forti come la diversità e l’inclusione. Lo confermano le nomination annunciate in questi giorni:  largo alle donne anche nella regia e, per la prima volta, a numerose candidature black tra gli interpreti nominati ai prossimi Academy Awards -ai quali concorrono per l’Italia grazie al Pinocchio di Matteo Garrone alcuni nostri meravigliosi artisti come Dalia Colli, Mark Coulier e Francesco Pegoretti (per le acconciature) e Massimo Cantini Parrini per i suoi preziosi costumi, con Laura Pausini (per la canzone del film di Edoardo Ponti, La vita davanti a sé con Sophia Loren).

Insomma, si cambia anche a Los Angeles visto che proprio dagli Oscar® Hollywood comincia ad accendere un riflettore su diversità e inclusione: con un po’ di analisi delle nomination ecco che i premi più ambiti del cinema come Chloe Zhao per Nomadland, Emerald Fennell per Una donna promettente e Judas and the Black Messiah di Shaka King è il primo titolo in corsa per il miglior film realizzato da un team di produzione interamente afroamericano. Per la prima volta due donne nella cinquina per la migliore regia.

Sulle venti candidature degli attori, ben nove per la prima volta vanno a interpreti come Chadwick Boseman, che ottiene una nomination postuma per Ma Rainey’s Black Bottom e, per lo stesso film, Viola Davis, alla sua quarta nomination. Tra gli altri per Minari è candidato Yuh-Jung Youn, icona del cinema sudcoreano e Steven Yeun è il primo attore coreano – americano nominato agli Academy. Inoltre Riz Ahmed è il primo musulmano in gara fra gli attori (per Sound of Metal) e tra le nomination spiccano, Andra Day per The United States vs. Billie Holiday; Daniel Kaluuya e LaKeith Stanfield per Judas and the Black Messiah e Leslie Odom Jr. per Una notte a Miami.

In un quadro complessivo ricordiamo che il film che guida la corsa a questi Oscar® per numero di nomination è Mank di David Fincher (10), seguito da un drappello di candidati con sei candidature: Il processo ai Chicago 7, Sound of Metal, Nomadland, Minari e Judas and the Black Messiah e The Father. Chi vincerà? A un mese dalla serata, la Bibbia del cinegiornalismo internazionale, Variety, ha lanciato le sue previsioni sia per le candidature che per le i possibili premi. Per il suo sito e i tre favoriti per il premio al miglior film sarebbero Nomadland di Chloe Zhao, (la più forte anche per la migliore regia), Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin e Minari di Lee Isaac Chung. Ben piazzato anche se, come si dice, non ancora vincente, Una donna promettente di Emerald Fennell, mentre a chiudere la cinquina, ma con quasi nessuna possibilità di vittoria One Night in Miami di Regina King.

Oltre i premi l’aria sull’inclusione a Hollywood è cambiata anche su altri fronti, per esempio quello della Hollywood Foreign Press, l’associazione della stampa estera di Los Angeles che assegna gli ambiti Golden Globe:  hanno vinto a tempo di record la loro battaglia gli oltre cento agenti e pr che in una lettera pubblica attaccavano l’organizzazione del Premio minacciando il blocco delle interviste esclusive e delle conferenze stampa riservate proprio ai membri della HFPA in assenza di passi concreti all’insegna dell’inclusione. La Hollywood Foreign Press ha annunciato infatti che aumenterà fino a 100 nomi la propria membership aggiungendo agli iscritti ben 13 giornalisti black agli 87 attualmente associati in rappresentanza del giornalismo di diversi Paesi. Una decisione emblematica, presa sulla scia delle pari opportunità esplosa proprio alla vigilia dei premi quando il Los Angeles Times aveva denunciato, in un’inchiesta che ha fatto il giro del mondo,  l’atteggiamento discriminatorio dell’Associazione che al suo interno non aveva iscritto un solo giornalista nero.

Dall’America all’Europa, anche il Festival di Cannes si prepara alla 74ma edizione in programma per ora dal 6 al 17 luglio, rilanciando la scelta di un presidente di giuria d’eccezione: non solo uno dei più grandi registi della sua generazione, anche sceneggiatore, attore, montatore e produttore, ma un cineasta come Spike Lee che, come dice il delegato generale del Festival , Thierry Fremaux, “ha tradotto acutamente le domande del suo tempo, in una forma decisamente contemporanea che non trascura mai la leggerezza e il divertimento”. Spike Lee, premiato proprio a Cannes, da Samuel L. Jackson per il suo BlacKkKlansman, lo aveva accolto con un discorso che non a caso faceva polemicamente riferimento al dramma dello schiavismo come alle elezioni presidenziali in arrivo. “Mia nonna, che visse fino a 100 anni, era laureata alla Spelman College anche se sua madre era una schiava” aveva raccontato “Mia nonna ha risparmiato 50 anni di pensione per permettere il suo primo nipote di andare al Morehouse College e alla scuola di cinema della New York University”. E aveva aggiunto con forza, Spike Lee “Quando riguadagneremo l’amore e la saggezza, recupereremo la nostra umanità. Sarà un momento importante”.

Facciamo la cosa giusta, incita da anni, il regista, sostenitore com’è, nelle sue battaglie, del tema forte dell’inclusione. Hollywood, a quanto pare, comincia ad ascoltare.