La vita davanti a sé – La canzone di Laura Pausini

ARTICOLO DI Gianni Canova

Sono molte le canzoni chiamate a scandire il delicato e dolente racconto che Edoardo Ponti mette in  scena in La vita davanti a sé, invitando sua madre 86enne – una carismatica, altera, tenerissima Sophia Loren – a interpretare il ruolo struggente della protagonista. Ci sono, tra le altre, Malandro di Elza Soares, Do Your Thing di Basement Jaxx e Head to Head di Fingathing.

Il brano più azzeccato, però, secondo me è Vengo dalla luna di Caparezza (ma nel film c’è la versione dei Maneskin), con la esplicita denuncia dei pregiudizi sociali che colpiscono chi è nato in un posto diverso da quello in cui si trova a vivere. Il protagonista maschile – un ragazzino senegalese, orfano di madre, che vive spacciando droga nei quartieri popolari di una imprecisata città mediterranea affacciata sul mare (il set è nella vecchia Bari) – viene accolto dal suo pusher che lo invita a ballare con lui e con i suoi amici. Momò – questo il nome dell’adolescente – si sente per la prima volta accettato, integrato, capito.

E nella colonna sonora i Maneskin cantano: “ Io non sono nero / io non sono bianco / io non sono attivo  / io non sono stanco / io non provengo da nazione alcuna / …/ Io vengo dalla luna”: se dovessi indicare nel film un momento di sinergia perfetta fra il visivo e il sonoro, fra ciò che vediamo e ciò che la canzone ci suggerisce, credo che indicherei questo. Ma non è Vengo dalla luna la canzone che ha dato lustro e riconoscimenti al film: è invece Io sì (Seen), scritta da Diane Warren e interpretata da Laura Pausini, premiata ai recenti Golden Globe come miglior canzone originale (mai in  precedenza questo premio era andato a una artista italiano). La voice over parte sulle ultime immagini del film: dopo il funerale di Madame Rosa, la vecchia prostituta ebrea, reduce da Auschwitz, che ha cresciuto i figli delle sue ex colleghe ed ha accolto in casa sua – prima bruscamente, poi teneramente – anche lo scatenato Momò, il ragazzino si accinge a uscire dal cimitero. Ma prima di raggiungere il gruppo che lo aspetta si gira verso il fondo del viale alberato e vede (o crede di vedere..) un leone. Poi si incammina verso l’uscita, giù giù in fondo al campo visivo, andando incontro al futuro che lo attende.

È su questa immagine canonica di commiato (quanti film finiscono così?) che parte la voce della Pausini: “Quando tu finisci le parole / sto qui / sto qui/ Forse a te ne servono due sole / Sto qui / Sto qui”. Chi sta parlando/cantando? Forse l’anima della defunta che suggella nel canto la sua permanenza affettiva nel cuore del ragazzo?  Forse. Certo è che mentre Vengo dalla luna entrava dialetticamente in relazione con la storia, Io sì funge piuttosto da commiato, da congedo, forse ha anche il compito di tirare la morale: perché addolcisce il dolore del distacco e sintetizza nelle due parole del refrain (Sto qui) la volontà di rassicurare emotivamente il giovane protagonista, orfano ormai anche della madre adottiva oltre che di quella biologica. Forse, le canzoni nei film servono a questo: a confermare, a chiudere, a riaprire. E il brano della Pausini – “una ballad delicata come una carezza”, è stata definita – lo fa. Sollecita empatia, offre comprensione. E mentre lo schermo diventa nero sembra di vedere riaffiorare in sovrimpressione (“Sto qui”) il volto rugoso e bellissimo di Madame Rosa– anche ingrigita e dolente – il disincanto di chi sa che la vita continua anche se la sua corsa è giunta al capolinea.